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Un futuro da costruire bene

29 gennaio 2018


Un futuro da costruire bene

Il 2017 è stato un anno in cui tutto è stato in movimento, dalla società al clima. Il Rapporto Deaglio “Un futuro da costruire bene”, traccia una panoramica dei principali punti aperti, dall’economia globale all’Italia.

La globalizzazione è un’era terminata? Nasce da questa domanda il primo spunto di riflessione del Rapporto sull’economia globale e l’Italia “Un futuro da costruire bene”, a cura di Mario Deaglio, docente emerito di economia internazionale all’università di Torino, e frutto di una collaborazione tra il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e UBI Banca.

Dopo il crollo nel 2009 e la velocissima ripresa del periodo 2010-2012, gli scambi commerciali mondiali si sono stabilizzati su tassi di crescita simili a quelli del Pil mondiale. Non si registrano, però, performance simili a quelle dell’età dell’oro della globalizzazione, ma allo stesso tempo nemmeno un ritorno netto al protezionismo. Quindi, cosa succede? Il discorso ha forti connotati culturali, non solo economici. C’è il deciso ritorno di movimenti populisti a livello politico che si scontra sempre di più con un approccio cosmopolita.

Il Rapporto nota che, a livello globale, alla ripresa economica non è corrisposto un analogo rafforzamento del mercato del lavoro. Il lavoro, anzi, si indebolisce sempre più: si riduce la quota di redditi da lavoro, la classe media perde potere d’acquisto e aumenta la diseguaglianza retributiva. Si registra, infatti, uno schiacciamento della classe media con un aumento della ricchezza nelle mani di pochi. Proprio l’ineguaglianza crescente dei redditi è, secondo Mario Deaglio, una delle spiegazioni principali del riemergere del populismo a livello globale.

Le prospettive meno positive, secondo il Rapporto, riguardano i figli della classe media: il loro orizzonte di programmazione si rivela a livello globale più a breve termine delle generazioni precedenti, con una relativa perdita di fiducia. E non arrivano buone notizie dalla finanza. I mercati sono gonfi di liquidità per via delle politiche espansive delle banche centrali: solo parte di questa liquidità si è riversata sull’economia reale. Il resto è rimasto intrappolato in un circuito solo finanziario, soprattutto in America, dove la borsa è in rialzo per via di meccanismi puramente di “buy back” (le imprese, dotate di liquidità a basso prezzo, ricomprano le proprie azioni).

Secondo l’analisi, la ripresa Usa ha basi fragili per l’aumento dei debiti degli americani ed è per questo meno forte di quanto sembri. Basta un dato per capire: i debiti privati, paragonati al Pil, sono aumentati di 16 punti rispetto a quando, prima della crisi dei mutui subprime, erano considerati eccessivi. L’economia americana sembra così avvicinarsi sempre di più alla fase finale della sua espansione. L’Europa, invece, manca di iniziativa secondo il Rapporto: deve scegliere in sostanza se diventare autosufficiente potenziandosi a livello economico, politico e militare tramite un maggiore livello di integrazione oppure proseguire con una politica che spesso denota indecisione.

Tra gli spunti di riflessione e di analisi principali c’è poi la Cina. Negli ultimi 4 anni gli investimenti diretti cinesi in Europa sono sestuplicati, mentre quelli europei in Cina sono sostanzialmente stagnanti. Secondo Deaglio non c’è da affrontare il fenomeno con allarme ma con consapevolezza, considerando anche il boom dell’istruzione cinese con i primati nella ricerca strappati agli Usa.

E in Italia? I dati della ripresa confortano ma non possono soddisfare. Il Fondo monetario internazionale prevede un’espansione del Pil dell’1,4% quest’anno e dell’1,1% nel 2019. Per la prima volta da 30 anni, si nota nel Rapporto, il tasso di crescita del Pil italiano ha raggiunto il tasso di crescita del debito, ponendo le basi per una dinamica virtuosa. L’Italia, però, riuscirebbe a garantirsi un futuro più roseo con un tasso di crescita del 2-2,5% annuo che significherebbe 250.000-300.000 nuovi occupati per anno. La crescita del Pil, quindi, dovrebbe aumentare di almeno un punto percentuale rispetto al trend attuale in un contesto in cui, comunque, l’industria sta cambiando radicalmente.

Sulla base delle previsioni del Fondo Monetario, il “sentiero di crescita” italiano non porterà a un minor gap con il Pil delle maggiori economie europee. A ridurre lo svantaggio potrebbe contribuire, però, il “turbo” delle opere pubbliche. La spesa per le infrastrutture ammontava a 48 miliardi di dollari prima della crisi, è scesa a 28 miliardi nel 2013 e sta riprendendo a crescere molto lentamente. Infine, in questa visione, le infrastrutture potrebbero giocare il ruolo del jolly.

In sostanza, qual è la risposta del Rapporto alla domanda “come si costruisce bene il futuro”? Complessivamente è necessario recuperare una visione di lungo termine nella quale abbiano un ruolo forte i fattori culturali e sociali, non solo quelli economici. In particolare, serve trovare un equilibrio tra sostenibilità economica, sociale e ambientale.

 

 

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