Le imprese

Un anno record per il capitale di rischio

28 marzo 2017


Un anno record per il capitale di rischio

Il Vice Presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi: “servono strumenti innovativi di finanziamento per essere forti e crescere”. Ma anche “più cultura imprenditoriale sul tema”.

“Ci auspichiamo che il 2017 sia l’anno della svolta con valori di crescita che possano essere superiori alle nostre previsioni”. Anche perché l’imperativo è “finanziare la crescita”. Con queste parole Carlo Bonomi, Vice Presidente di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza con delega a Credito e Finanza, Fisco, Organizzazione e Sviluppo, ha aperto l’annuale convegno di Aifi, l’Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt.

Ma come si finanzia la crescita? Il presidente di Aifi Innocenzo Cipolletta spiega che in Italia le imprese ricorrono “alle banche per il 74%, all’equity per il 21% e per il 5% ad altro debito”. Ma mentre all’estero enti come assicurazioni e casse di previdenza sostengono abbondantemente il canale del private equity, “in Italia c’è ancora molta strada da percorrere su questo fronte” e siamo lontani da questo scenario. Che significa anche che c’è molto spazio per nuovi soggetti che volessero cimentarsi ed entrare nel comparto.

Insomma, le occasioni non mancano in un mondo che è in forte espansione. Durante il convegno Aifi ha presentato i dati del 2016, che confermano un trend di crescita positivo. Lo scorso è stato infatti un anno record per il private equity e il venture capital in Italia: l’ammontare investito si è attestato a quota 8,2 miliardi di euro, un +77% sul 2015. La raccolta è stata di 1.313 milioni di euro, il 47% in meno rispetto ai 2.487 milioni del 2015, anno in cui però c’erano stati i closing di alcuni grandi fondi. A decollare definitivamente è invece il private debt: la raccolta è stata di 632 milioni (+65%) rispetto ai 383 milioni del 2015.

Un ruolo importante lo hanno giocato gli investitori internazionali con base in Italia, che hanno investito in private equity e venture capital quasi 2 miliardi di euro nel 2016, a testimonianza di quanto le nostre imprese siano attrattive.

Oltre alle banche, alle aziende “servono strumenti innovativi di finanziamento per essere forti e crescere”, puntualizza Bonomi. “Ma l’equity deve rinnovarsi per supportare non solo le imprese grandi, ma anche le pmi, che sono la maggior parte” in Italia e che da sole coinvolgono il 79% degli occupati, contro una media europea del 67%. Gli imprenditori non sono ancora del tutto pronti a questo passaggio, perché non conoscono bene il mondo che fa capo ad Aifi. Per questo servirebbe “più cultura del settore”, ammette Bonomi. Che è imprescindibile per operare una scelta alternativa. Certamente in futuro il credito tradizionale non andrà dimenticato. L’approccio che gli operatori si auspicano è invece quello della complementarietà tra le banche da un lato e private debt, venture capital e private equity dall’altro.

“Se si vuole crescere è necessario aprire ai fondi – dice Marco Gay, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria – è un cambiamento culturale importantissimo. Le pmi per accelerare e crescere dimensionalmente devono aprire al capitale e poi magari fare un IPO e quotarsi in Borsa. Le opportunità ci sono e sono a portata di mano. Dobbiamo muoverci”.

 

 

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