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Un anno InGalera, il ristorante che non ti aspetti

15 dicembre 2016


Un anno InGalera, il ristorante che non ti aspetti

Aperto sul finire di Expo nel carcere di Bollate, il locale permette ai detenuti di misurarsi con un mestiere e affronta l’aspetto sociale dell’esclusione di chi è stato in prigione. Dopo un anno di attività il testimone della cucina e della sala passa ai detenuti.

Sul menù dell’antipasto è indicata anche una ricetta del 1963 attribuita a Franca Valeri. “La falsa lapide”: “roquefort e bleu de bresse – si legge nella descrizione – incontrano una fetta di pane tostata con caviale e misticanza”. Mentre si chiude con un “onore al caffè di De Andrè”, ossia Don Raffae, che altro non è che “il caffè in moka fatto al tavolo, al nostro modo, e la terrina di cioccolato ai tre colori”. Logo InGaleraE di primo risotto al cioccolato con spinacino e cotechino, una zuppa di zucca mantecata con frolla e la mostarda di mandarino, manzo all’olio del Sebino con polenta e cacao o una nuvola di gamberi su purea di sedano rapa. Dove tutto ciò? InGalera. E non è uno scherzo, in galera per davvero, al carcere di Bollate, dove un anno fa ha aperto i battenti il ristorante che porta, per l’appunto, questo nome.

Un anno dopo, il menù cresce e cambia anche la brigata in cucina, come si usa dire nel gergo tecnico degli chef che si vedono in televisione. Ai fornelli del locale aperto a pochi metri dall’ex area dell’Expo c’è solo personale interno. Ossia detenuti. Fino a poco tempo fa chef e maitre erano professionisti esterni, mentre da quest’anno il ruolo è stato affidato a due detenuti.

Il taglio del nastro di InGalera avviene circa un anno fa, il 26 ottobre, in una Milano che sta vivendo gli ultimi scorci della sua Esposizione internazionale, dedicata proprio a cibo e alimentazione. Il locale è strutturato con una cinquantina di posti a sedere ed è aperto a pranzo e a cena, sei giorni su sette. E come tutti i ristoranti che si rispetti, ha le sue formule: quick lunch, pranzo veloce, dal lunedì al venerdì, aperto ai tanti lavoratori che gravitano in una zona industriale, menù alla carta a cena e durante il sabato. Serve la prenotazione e trovare posto, come in tutti i ristoranti di livello che si rispettino, non è semplice.

Arredo di design, con pezzi di Alessi, Artemide e Pedrali, alle pareti i poster di famosi film che hanno avuto per protagonisti carceri o carcerati, per tovagliette le immagini di alcune delle più famose prigioni al mondo. Un tocco di ironia che si accompagna a piatti dall’aspetto curato e dal sapore felice.

“Il ristorante InGalera, frutto di preziosa sinergia tra il pubblico e il privato, non si pone il solo obiettivo, già di per sé rilevante, di fornire ai detenuti competenze formative e lavorative utili al loro reinserimento sociale – aveva dichiarato all’apertura del locale Massimo Parisi, Direttore della II Casa di Reclusione di Milano Bollate -. Con la sua costante apertura al pubblico vuole costituire per chiunque un’opportunità d’interfacciarsi con l’universo carcerario e di riflettere sul senso della pena. In tal modo il ristorante può farsi portatore di un messaggio culturale che intende incidere sul senso comune della pena e rafforzare così le basi per un’effettiva inclusione sociale dei detenuti”.

Il progetto coinvolge diverse realtà sociali: la cooperativa Abc, che si occupa della selezione del personale (circa una decina di detenuti lavora tra sala e cucina) e della gestione del ristorante, l’istituto alberghiero Paolo Frisi, che a Bollate ha una sede distaccata e ha formato i detenuti, Pwc Italia, Fondazione Cariplo e Fondazione Peppino Vismara, sponsor economici del programma.

 

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