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innovazione

Storie di innovazione, di tende e di grattacieli

15 dicembre 2014


Storie di innovazione...

Le tende da sole a righe bianche e gialle di una volta, da aprire e chiudere girando la manovella? Ci vuole ben altro per proteggersi dai raggi agli ultimi piani dell’UniCredit Tower, cuore del progetto Porta Nuova a Milano, o della torre Isozaki, altro simbolo di Expo 2015.

A ‘schermare’ questi due giganti di vetro che superano i 200 metri d’altezza ci ha pensato Pellini, l’azienda di Codogno (Lodi) che negli ultimi 20 anni non ha mai licenziato un dipendente, perché nel mercato di nicchia in cui opera non ha risentito della crisi. Merito della scelta, negli anni ‘90, di lasciare il business delle normali tende da sole per imbarcarsi in quelle tecniche e per vetrocamera, cioè chiuse tra due lastre di vetro. Da allora, la parola chiave dell’azienda è stata sempre ‘innovazione’, a costo di rischiare e “sbatterci la testa”.

Assolombarda News intervista Alessandro Pellini, direttore commerciale di Pellini e figlio del fondatore dell’azienda.

La vostra azienda è nata 40 anni fa. Ci racconta Pellini?

Siamo partiti nel 1974 come produttori di tende alla veneziana, porte a soffietto, zanzariere e tende da sole. Poi, negli anni ‘90, abbiamo venduto l’attività di tende da sole e avviato un progetto completamente nuovo. L’idea era di realizzare un sistema integrato che permettesse di abbassare e sollevare una tenda all’interno di una vetrocamera senza modificarne le caratteristiche, cioè senza ricorrere alla foratura del vetro. In questo siamo stati i pionieri.

Nel vostro settore siete stati i primi. Poi avete continuato a innovare? 

Certo. Dopo il brevetto del 1992, il primo sistema della gamma ScreenLine nel quale la trasmissione del movimento avviene grazie al moto rotatorio di una coppia di magneti interfacciati, nel 1994 è stata la volta dei nuovi sistemi ScreenLine, sempre più perfezionati, e di tende tecniche per interni sempre più performanti. Così, siamo arrivati a realizzare la schermatura solare di Lega Calcio a Milano, 20 anni fa, fino alle nuovi torri cittadine di oggi.

Oltre all’Italia, siete attivi anche in altri paesi?

Pellini fattura il 70% all’estero. I mercati più importanti sono l’Europa, con in testa la Germania, l’Austria, dove stiamo lavorando per il nuovo ospedale di Vienna, e la Gran Bretagna. Seguono gli Usa, mentre vendiamo un po’ meno nei paesi dell’Est.

E la produzione? In Italia o all’estero?

Produciamo per il 75% in Italia, nel nostro stabilimento di Codogno, e per l’altro 25% in Repubblica Ceca. Realizziamo su misura, mai in serie; e inostri prodotti sono controllati e rifiniti da mani attente al dettaglio.

Quali sono i vostri clienti?

Lavoriamo per ospedali, scuole, centri amministrativi e ville di lusso, cercando di rispondere sempre a tutte le esigenze, che ogni volta sono diverse e molto specifiche. Per questo continuiamo a innovare, prendendoci anche tutti i rischi che ne derivano.

È vero che, a differenza di molti altri, non avete risentito della crisi? Come avete fatto?

Il nostro è un mercato molto di nicchia. Siamo sempre cresciuti e in vent’anni non abbiamo mai licenziato; anzi, abbiamo sempre assunto. Nel 2014 abbiamo fatturato circa 33 milioni, il 10% in più rispetto al 2013, con un utile intorno al 10%. E il prossimo anno pensiamo di crescere nella stessa misura.

Cosa chiederebbe un’azienda italiana solida come la vostra al Governo?

Prima di tutto, incentivi per chi innova, come abbiamo sempre fatto noi. E poi chiederemmo quello che vorrebbero un po’ tutte le imprese: defiscalizzazione, perché in Italia la tassazione è decisamente troppo alta, ed è per questo che molti di noi vanno a produrre anche all’estero; e poi, più flessibilità nel mondo del lavoro, perché, a volte, l’imprenditore rischia di sentirsi un po’ ‘ostaggio’ del dipendente.

Sbirciando da una delle vostre tende, cosa vede nel futuro di Pellini?

Abbiamo investito per vent’anni andando in controtendenza e insistendo anche di fronte a chi ci diceva che era troppo complicato. Ora ci godiamo un buon momento, in cui i clienti ci danno riscontri molto positivi. E, proprio perché la nostra è una gamma unica, l’intenzione è quella di continuare a perfezionarla al massimo.

Un sogno nel cassetto?

Riuscire a certificare il nostro prodotto in modo che venga riconosciuto come uno degli elementi utili per definire la classificazione energetica degli edifici, come accade, per esempio, per i pannelli fotovoltaici. Ci stiamo provando insieme alle associazioni che ci rappresentano: allora sì che il nostro prodotto diventerebbe di largo consumo. E il sogno si trasformerebbe in realtà.

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