Le imprese

Social lending, opportunità per privati e imprese

1 dicembre 2016


Social lending, opportunità per privati e imprese

In Italia vale 32 milioni di euro, meno che in Spagna, un decimo dei 300 milioni della Francia, un ottavo dei 240 milioni della Germania, una briciola dei 5 miliardi del Regno Unito. In tutto il mondo muove 111 miliardi, ma il social lending, che nel nostro Paese è a uno stadio di sviluppo embrionale, ha una potenzialità di sviluppo enorme. 

Che pochi al momento riconoscono. Innanzitutto, di cosa parliamo?

Con la locuzione social lending, o marketplace lending o anche peer to peer, ovvero da pari a pari, si intende “uno strumento attraverso il quale una pluralità di soggetti può richiedere a una pluralità di potenziali finanziatori, tramite piattaforme online, fondi rimborsabili per uso personale o per finanziare un progetto”.

Questa definizione è contenuta, dallo scorso 8 novembre, nella sezione IX della Circolare 229/99 di Banca d’Italia che disciplina la raccolta del risparmio da parte dei soggetti diversi dalle banche.

Secondo un recente studio di Kpmg, nel nostro Paese, esiste un bacino potenziale di circa 50 miliardi di prestiti alle pmi: prestiti piccoli, quelli i cui costi non sono coperti dai margini per le banche o che sono un costo, tra i 30 e i 100mila euro.

Ma il mercato stenta a decollare. I paletti che pone il legislatore sono diversi. Anche se non rientra nelle attività di raccolta del risparmio perché basato su “trattative personalizzate con i singoli finanziatori” in cui “i prenditori e i finanziatori sono in grado di incidere con la propria volontà sulla determinazione delle clausole del contratto tra loro stipulato”, il social lending è in realtà molto poco “libero”.

A prestarlo sono i gestori “autorizzati a operare come istituti di pagamento, istituti di moneta elettronica o intermediari finanziari di cui all’art.106 del Tub”.

Ai prestatori è imposta una soglia di investimento massimo di 50mila euro e inoltre il rendimento è fiscalmente molto penalizzato, essendo tassato ad aliquota marginale, dal 23% per i redditi sotto i 15mila euro fino al 43% per quelli sopra i 75mila euro – contro il 26% della tassazione sulle altre rendite finanziarie e il 12,5% sugli interessi dei Btp. Vincoli che tengono ancorato al suolo il lending italiano.

Non a caso, nel Regno Unito, dove il mercato è nato, nel 2005, i numeri sono stratosferici: in dieci anni hanno visto la luce una novantina di piattaforme http://www.p2pmoney.co.uk/companies.htm e nel 2015, secondo l’ultimo aggiornamento del report The Uk alternative finance industry, elaborato annualmente dal Centre for Alternative Finance dell’Università di Cambridge e dalla fondazione Nesta, il comparto è cresciuto del 99% con un erogato di 1,490 miliardi di sterline e vale l’85% dell’Europa nel suo complesso. Quattro soggetti si contendono il mercato e faranno da catalizzatori nel processo di consolidamento già in atto: Zopa, Funding Circle, RateSetter, Marketinvoice.

In Italia invece le piattaforme nate – non tutte ancora sul mercato – sono state una decina e quelle operanti nel 2016 sono otto. Solo una è specializzata in peer to peer per le piccole medie aziende: si tratta di BorsadelCredito.it che ha finanziato 10mila pmi per il tramite di oltre 1000 prestatori erogando oltre 10 milioni di euro. La startup Fintech è nata nell’ottobre 2013 come piattaforma digitale di  brokeraggio  per il  credito alle aziende, aprendo nel settembre 2015 il canale del P2P lending, in qualità di Istituto di pagamento autorizzato da Banca d’Italia.

Le veterane Prestiamoci e Smartika, insieme alle più giovani Soisy e Younited Credit, nate entrambe nel 2016 si occupano invece di prestiti ai privati. Soisy è stata fondata dall’ex risk manager del gruppo Bnl Pietro Cesati e Younited Credit è la branch italiana di una società britannica fondata da Charles Egly per “trasformare il sistema bancario per renderlo più giusto e trasparente”. Anche Egly veniva dal mondo bancario e ne era stato in qualche modo deluso.

Smartika.it, che ha raccolto l’eredità di Zopa, branch italiana dell’omonima società britannica che nel 2009, dopo un solo anno di attività, fu sospesa da Banca d’Italia per irregolarità, è partita nel 2011. Smartika oggi è registrato come istituto di pagamento e vanta oltre 6mila prestatori attivi e un importo erogato di oltre 24 milioni distribuiti in 4850 prestiti.

Prestiamoci.it è stata lanciata invece nel 2009 ed è gestita da Agata Spa: il capitale investito ammonta a 3,7 miliardi e i prestatori attivi sono 758.

La durata dei finanziamenti di tutte queste piattaforme varia tra i 12 e i 72 mesi e il tasso annuo nominale (Tan) dipende dal merito di credito di chi riceve il prestito. In generale però il range è tra il 4% e l’11% che poi corrisponde al rendimento dell’investimento per il prestatore. Tutte le piattaforme sono in grado di fare l’istruttoria in 24 ore – per stabilire la fattibilità del prestito – e di erogarlo in tre giorni.

 

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