Le imprese

Smart working: è più 14% rispetto al 2016

16 gennaio 2018


Smart working: è più 14% rispetto al 2016

Lo smart working cresce in Italia: la possibilità di svolgere in mobilità il proprio lavoro, grazie a supporti tecnologici e infrastrutturali al fine di migliorare efficienza e produttività, è… 

in aumento del 14% rispetto al 2016 e addirittura del 60% rispetto al 2013. Gli smart worker sono 305.000, l’8% del totale. Sono questi i principali risultati dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano.

La parola chiave che testimonia l’importanza di questa nuova modalità di lavoro – che è stata anche normata dal Parlamento ed equiparata, per tutela contro gli infortuni e salario, al lavoro tradizionale – è efficienza: lavorare in mobilità, da casa o magari mentre si raggiungono clienti lontani permette al dipendente di incrementare la produttività, avendo oltretutto la possibilità di organizzare il proprio tempo in maniera più vicina alle sue esigenze.

Per quanto riguarda le diverse imprese, il 36% di quelle di grandi dimensioni ha già avviato progetti strutturati di adozione dello smart working per i propri dipendenti, dato in crescita del 6% rispetto al 2016, mentre più di un’impresa su due sta per esplorare queste nuove modalità di lavoro. Inoltre, nei prossimi tre anni il 74% delle imprese intervistate ha in progetto di ampliare la platea di persone che possano utilizzare lo smart working, mentre il 63% vuole sviluppare progetti che consentano di utilizzare questa modalità di lavoro anche a chi attualmente non lo può fare.

Rimangono indietro le PMI: solo il 22% ha progetti di “lavoro agile”, mentre addirittura il 7% ha già lanciato iniziative strutturate. A ciò va aggiunto che poco meno di una su dieci dichiara di non conoscere lo smart working e quattro su dieci non hanno intenzione di esperire questa modalità. Si tratta soprattutto di aziende manifatturiere (33%), edili (17%) e del commercio (15%).

Ancora più indietro la Pubblica Amministrazione: solo il 5% degli enti ha attivi progetti strutturati e un altro 4% pratica lo smart working in modo non organico e non codificato. Quasi la metà degli enti della PA si dice interessato a questo approccio, contro un 12% che non appare incline ad avviare progetti di questo tipo e un 32% che ammette assenza di interesse.

Eppure, l’Osservatorio del Politecnico ha mostrato come l’applicazione dello smart working possa incrementare la produttività dei lavoratori nell’ordine del 15%. Considerando che i dipendenti che potrebbero svolgere le proprie mansioni in modalità “smart” sono oltre 5 milioni e ipotizzando che la pervasività del “lavoro agile” possa arrivare al 70% dei lavoratori, si può immaginare che ci sarebbe una ricaduta positiva sul sistema paese intorno ai 13,7 miliardi di euro.

Per quanto riguarda la qualità del lavoro, soltanto l’1% degli smart worker si ritiene insoddisfatto della propria mansione, contro il 17% dei dipendenti “tradizionali”. Addirittura uno smart worker su due si dice “pienamente soddisfatto” delle modalità di organizzazione del proprio lavoro contro il 22% degli altri. Inoltre, i lavoratori agili hanno una maggiore propensione a collaborare efficientemente esercitando una leadership.

Un altro vantaggio per i dipendenti è quello di ridurre tempi e costi di trasferimenti casa-ufficio, migliorando il cosiddetto “work-life balance” (l’equilibrio tra vita privata e lavoro). In media uno smart worker risparmia ogni giorno circa 60 minuti di spostamenti. Se un lavoratore usasse il “lavoro agile” una sola volta a settimana, avrebbe una diminuzione di circa 40 ore all’anno per la mobilità. Un bel risparmio anche dal punto di vista ambientale: l’Osservatorio stima una riduzione di emissioni pari a 135 kg di anidride carbonica all’anno per ogni smart worker.

Sotto la superficie dello smart working così come oggi lo conosciamo c’è una grande opportunità di contribuire a ripensare il lavoro del futuro per rendere imprese e pubbliche amministrazioni più produttive e intelligenti, lavoratori più motivati e capaci di sviluppare talento e passioni, una società più sostenibile e inclusiva. Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, sottolinea come i benefici dello smart working siano troppo importanti per potersi permettere di non sviluppare immediatamente un piano di interventi volto ad accompagnare e incentivare un fenomeno in grado di dare nuovo slancio al sistema Paese.

La disponibilità di tecnologia per poter lavorare da remoto è condizione necessaria per permettere la possibilità di smart working. La stragrande maggioranza delle aziende di grandi dimensioni – indipendentemente dal fatto che preveda questa modalità di svolgimento del lavoro – è già attrezzata: il 95% del campione consente l’accessibilità da diversi device e da remoto; l’82% ha implementato business app per lo svolgimento delle mansioni. C’è ancora da sviluppare, invece, il tema delle workspace technology, che consentono un utilizzo più flessibile degli ambienti, agevolando il lavoro in mobilità all’interno delle sedi aziendali.

Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working, evidenzia come ci sia ancora molto da fare per rendere lo smart working un’occasione di cambiamento profondo della cultura organizzativa. Occorre pensare a modalità di lavoro innovative anche per la maggioranza dei lavoratori esclusi, soprattutto nelle PMI e nelle pubbliche amministrazioni, dove, nonostante gli apprezzabili sforzi a livello normativo, la diffusione di questa tipologia di lavoro è tutt’altro che incoraggiante. Le azioni di sistema portano a sperare ad un cambio di passo per il 2018, in cui lo smart working possa rivelarsi un’occasione di rilancio per tanti lavoratori.

 

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