L'associazione
Assemblea 2014

Riprendiamo in mano il nostro destino

9 giugno 2014


Riprendiamo in mano il nostro destino

Relazione del Presidente Gianfelice Rocca

Autorità, cari Colleghi, rappresentanti del Sindacato, del mondo dell’Università, della Scuola e della Società civile,

siamo riuniti in questo spazio meraviglioso simbolo della Milano industriale, della sua continua capacità di rinnovarsi e di coniugare industria con arte e design. Milano procede verso il futuro senza dimenticare il suo passato. Ringraziamo di cuore Pirelli e Marco Tronchetti per questa splendida ospitalità.

L’anno scorso avevo titolato la mia relazione “Va spezzata la spirale della sfiducia”. Due domeniche fa gli italiani hanno dato un segnale netto. Fra disperazione e richiesta d’azione, hanno scelto l’azione.

È un richiamo alla responsabilità, responsabilità per il Governo, responsabilità per tutti noi.

L’agenda dei cambiamenti è veramente enorme. Veniamo da un ventennio di stagnazione. Non si può pensare che un uomo solo ce la possa fare. Dobbiamo lavorare tutti insieme.

E non basta fare, occorre fare bene. Troppe volte provvedimenti confusi, decisi sull’onda della fretta, si sono poi rivelati dannosi.

Voglio oggi condividere con voi, amici imprenditori, e con i rappresentanti delle istituzioni, il filo di un ragionamento che può rappresentare la bussola della nostra azione, il senso di una grande alleanza tra istituzioni e mondo dell’impresa e del lavoro.

L’Europa che manca

Il voto europeo è stato un potente invito al cambiamento. E non stupisce. La crisi del 2008 ha fatto affiorare tutti i limiti della costruzione europea.

Dalle crisi bancarie agli scontri sugli strumenti straordinari di cooperazione finanziaria, nel Consiglio europeo i governi hanno perseguito più divergenti vie nazionali che direttrici comuni. Tutto ciò non risolve ma aggrava le divergenze tra le economie reali, quando si opera in un’area monetaria unica.

L’Europa ha di fatto finito per coincidere con l’euro e i suoi problemi irrisolti.

Ma l’euro area di oggi non è ancora ciò che si definisce un’“area monetaria ottimale”.

Per esser considerata tale, occorrono economie simili e sincronizzate, oppure sistemi automatici di redistribuzione delle risorse fra aree economiche diverse che, colpite da shock asimmetrici, divengono divergenti.

L’economia italiana è andata divergendo progressivamente da quella tedesca, con una crescente perdita di competitività. Da quando siamo entrati nell’euro il nostro CLUP è cresciuto di quasi 40 punti rispetto alla Germania. Le esportazioni tedesche intraeuropee della Germania sono salite da 374 miliardi a 787 miliardi, quelle italiane erano a 169 miliardi e sono a 252. Il tasso di disoccupazione tedesco è al 5,2%, quello italiano al 12,6%. La disoccupazione giovanile tedesca è al 7,9%, quella italiana al 43,3%.

La situazione sarebbe stata molto diversa in un contesto monetario ottimale come quello americano.

Noi non abbiamo mercati del lavoro unificati, che negli USA funzionano da vasi comunicanti per attenuare le divergenze congiunturali.

Non abbiamo la loro mobilità territoriale della popolazione, superiore di 14 volte a quella europea. Non abbiamo il loro bilancio federale, superiore di 20 volte a quello europeo. Né abbiamo la possibilità dei loro aggiustamenti fiscali automatici Stato per Stato, che sono giunti, in casi come l’Alabama e il Mississippi, a rappresentare il 25% del PIL.

Si può attribuire la divergenza all’eccessiva austerità tedesca? Credo piuttosto a noi stessi. Abbiamo sperperato le centinaia di miliardi risparmiati con i bassi tassi nei primi anni dell’euro, per far correre la spesa corrente e rinviare le riforme necessarie per convivere nella stessa area monetaria.

L’Italia è l’unico Paese che si è impoverito da quando è entrato nella moneta unica: dal 1999 ad oggi il PIL pro capite italiano è sceso di 3 punti percentuali. Nello stesso periodo il PIL pro capite medio dell’area euro è cresciuto di oltre 10 punti, quello della Spagna di 9, quello della Grecia comunque di 3 punti, nonostante la terribile voragine registrata dalla crisi. Negli stessi anni, il PIL pro capite tedesco è salito del 21%, quello americano e britannico del 17%, quello giapponese del 15%.

L’economia italiana è entrata nell’euro con un debito pubblico pari al 113% del PIL, oggi siamo a quota 134%.

Nel periodo tra il 1996 e il 2013 l’Italia ha accumulato avanzi primari per 591 miliardi di euro, rispetto ai 311 di disavanzo cumulati dalla Francia. Considerando che la spesa pubblica corrente cresceva, questo surplus è frutto di una colossale estrazione di ricchezze dalle imprese e dalle famiglie. Non abbiamo ridotto il deficit e abbiamo depresso oltremodo l’economia.

La storia ci insegna che l’eccesso di debiti accumulati è stato recuperato con la crescita e l’inflazione, quasi mai con surplus primari prolungati nel tempo. Oggi rischiamo la deflazione e abbiamo poca crescita.

Per come funziona l’euro oggi, ci troviamo forse in una gabbia dalla quale per i Paesi a forte divergenza è oneroso restarvi, e costosissimo uscirne?

Non lo credo. Se facciamo i nostri compiti, possiamo stare in Europa a testa alta. La Spagna ha fatto riforme importanti, e ha ripreso a crescere con forza.

Riprendiamo in mano il nostro destino

È mia profonda convinzione che, nel caso italiano, il recupero non possa che partire dalle imprese e dai territori.

La soluzione parte dal basso, dall’incredibile patrimonio di risorse umane, cultura, imprenditorialità, impegno sociale che caratterizza molti nostri territori e molte nostre imprese.

Lasciamo volare le imprese e i territori e l’Italia riprenderà a volare.

E riprenderà la fiducia dei cittadini e degli imprenditori, che sentiranno di avere in mano il loro destino, oggi soffocato da mille lacci e lacciuoli che sembrano impossibili da sciogliere.

Senza fiducia non ripartirà il mercato interno, la ripresa sarà asfittica, il lavoro e gli investimenti non torneranno a crescere per mancanza di domanda interna.

Ci siamo assunti un compito, rompere la spirale della sfiducia. Questa è la grande sfida!

Abbiamo concentrato i nostri uffici studi sulla comparazione di quattro macroregioni europee d’eccellenza, Baden-Württemberg, Baviera,Rhône-Alpes e Catalogna, nella convinzione che la nostra città, il nostro territorio, le nostre imprese possano e debbano competere con queste aree, veri eccellenti motori dell’Europa.

Ma per realizzare questo obbiettivo abbiamo bisogno assoluto delle riforme di struttura, di cui si parla moltissimo.

Tra queste, vorrei concentrarmi particolarmente su tre innovazioni istituzionali.

La prima grande innovazione riguarda la riorganizzazione dello Stato.

Sono profondamente convinto che per liberare le energie dei territori occorra una totale revisione dell’organizzazione dello Stato.

Le competenze statali, regionali e comunali, con particolare attenzione alla costruzione delle città metropolitane, devono essere riviste abolendo ogni conflitto di competenza fra materie concorrenti. Va risolta la catena incredibile di “autonomie sfiduciate” che, a partire dall’Europa, scendono giù giù sino al più piccolo comune, in una incredibile babele di burocrazie concorrenti e irresponsabili.

Su una buona riforma del senato, e ancor più su una seria ed efficace riforma del Titolo V della Costituzione, si gioca la sfida più importante e complessa delle riforme italiane.

Due cose vanno evitate soprattutto.

La prima è che l’uso indecoroso fatto da alcune regioni e comuni dell’autonomia induca a un riaccentramento a livello nazionale di molte funzioni che devono invece essere decentrate. La seconda è che si apra un nuovo conflitto fra regioni e città metropolitane sulle reciproche attribuzioni.

Il modello tedesco basato su Länder e forti città metropolitane è quello più adatto alla nostra storia, molto più del modello francese.

Che cosa vogliamo fare? Vediamo prosperare economie basate su profonde tradizioni federalistiche, come Germania e Svizzera, vediamo avanzare piccoli Paesi molto decentrati come quelli del Nord Europa, e noi invece intendiamo comprimere le energie dei nostri territori?

Solo alcune competenze vanno ricondotte alla competenza esclusiva statale, come le infrastrutture strategiche di trasporto ed energetiche, ma le restanti competenze dovrebbero essere distribuite in maniera simile a quelle delle attuali regioni a statuto speciale.

Ma per tutelare le autonomie responsabili, occorre uno Stato forte in grado di controllare preventivamente e commissariare immediatamente le regioni e i comuni che sgarrano.

Semplificazione legislativa e spending review devono avere una chiara stella polare nella nuova organizzazione dello Stato.

L’anno scorso osservavo che i costi generali delle amministrazioni centrali e locali sono di 40 miliardi in Germania, 38 miliardi in Italia, 23 in Francia. I costi delle amministrazioni locali sono di 13 miliardi in Italia contro 5 miliardi in Francia.

In sostanza l’Italia paga il doppio prezzo sia di un federalismo alla tedesca sia di un centralismo alla francese. E voglio qui ricordare che se tutti i servizi regionali fossero erogati con l’efficienza lombarda si risparmierebbero 82 miliardi di euro l’anno.

La seconda innovazione istituzionale deve riguardare la burocrazia.

“Dai supremi e quasi augusti governatori fino agli ultimi loro scrivani, i vincoli della burocrazia centrale prescrivono a municipalità e cittadini un unico diritto, il diritto all’obbedienza”.

È Carlo Cattaneo a scrivere queste parole, nel 1864.

La sua lezione federalista vale ancora, vale sempre.

Leggi semplici, chiare e stabili, richiedono non solo competenze adeguate per semplificarle e riscriverle ma, a seguire, una tenace capacità di realizzarle. Oggi mancano entrambe. È la burocrazia, il Moloch che tiene in catene sovranità popolare e governi, imprese e società civile.

Alla vigenza degli interventi promossi per legge dai governi Monti e Letta, mancano all’appello ancora oltre 400 decreti attuativi. Un terzo di punto di PIL di crescita può essere sbloccato da questi soli interventi mancanti, che sono a costo zero visto che le leggi approvate prevedevano stanziamenti di competenza.

Mai la burocrazia è riuscita a emanare più di 240 decreti attuativi l’anno.

Il Governo è fortemente impegnato nella riforma della Pubblica Amministrazione. Ci auguriamo che gli interventi siano il più possibile congegnati in modo da evitare che la loro efficacia dipenda da raffiche di altri decreti.

Il terzo punto dell’innovazione istituzionale riguarda il fisco. In questi anni, è diventato il primo fattore generatore di sfiducia, incertezza, paura.

Per gli imprenditori, il rapporto con un fisco complesso e sempre variante è diventato un incubo, la minaccia costante che da meri errori possano discendere conseguenze anche penali.

Tra marzo 2008 e quello 2014 sono state approvate 629 norme fiscali, di cui 72 con effetto semplificatorio per le imprese, 168 neutre come impatto burocratico, mentre ben 389 hanno presentato un onere amministrativo aggiuntivo per le imprese. Il 61,8% della produzione fiscale ci complica la vita e ci aggrava i costi di adempimento. Nei 6 anni il fisco si è complicato alla velocità di una norma alla settimana.

Proprio per questo, rivolgiamo al Governo un invito. Tra le misure attuative più rilevanti di cui siamo in attesa, in cima alla lista c’è ora la delega fiscale. Sono ben 30 i decreti attuativi previsti per questo solo provvedimento. Ma sono decisivi: si va dalla semplificazione che significa minori oneri a ogni impresa nel gestire il ruolo di sostituto d’imposta per ogni dipendente, a modalità di rimborso più rapide del credito fiscale, alla riforma dell’abuso di diritto sin qui vessatorio per il contribuente.

È molto importante che il Governo si muova rapidamente. Auspico che nell’apposita commissione vi sia spazio per chi conosce bene quel “museo degli orrori” cui sono sottoposte quotidianamente le imprese. Mi auguro che si realizzi la riduzione delle 3 mila pagine del codice fiscale a un documento totalmente semplificato.

E non si deve muovere solo Roma. Dalla ricerca che abbiamo presentato poche settimane fa sulla fiscalità locale d’impresa nelle province di Milano Lodi Monza Brianza, il dato emerso è sconfortante. Nel solo 2013 sul 2012, aumenti medi del 5% per l’imposizione immobiliare locale sugli uffici, e del 7% sui capannoni.

Ma riprendere il destino nelle nostre mani significa avere anche una consapevolezza.

Gran parte del lavoro dipende da noi, da noi imprenditori. Dalla nostra energia, dalla voglia di migliorare le nostre imprese, dalla convinzione che noi prosperiamo solo se prospera il territorio intorno a noi.

Per questo vogliamo offrire un metodo. Vogliamo lavorare su molti mattoni, che insieme costruiscano la nuova realtà competitiva che abbiamo in mente. Mattoni fatti di numeri, di numeri da cambiare per migliorare.

Sapendo che occorreranno tempi lunghi, ma che devono essere scanditi da impegni verificabili.

Abbiamo per questo elaborato i 50 progetti per “Far volare Milano”, con l’obbiettivo di offrire alle nostre imprese e alla nostra città l’intelaiatura su cui costruire, con tutti i soggetti pubblici e privati, il piano strategico per dare a questo territorio e alle sue imprese un importante futuro.

La città metropolitana

Consapevoli che la competizione del futuro sarà basata sulle città metropolitane o meglio su aree metropolitane che si proiettano nel mondo, abbiamo dedicato una ventina dei nostri progetti alla nostra città, suddivisi intorno a due assi: Milano Hub della conoscenza e Milano città attrattiva.

Milano è al centro di un’area supermetropolitana, che nel raggio di 60 km connette 8,5 milioni di persone. Un’area in cui si addensa il 25% del valore aggiunto manifatturiero italiano, e il 25% dell’export totale del Paese. Un’area nella quale l’industria traina i servizi molto più che nel resto d’Italia, in cui già i due terzi dei servizi di mercato sono generati dalla manifattura.

Per crescere, quest’area ha bisogno di una fitta ed efficiente rete di scambi, al suo interno e verso il resto del mondo. E di potenziare le sue infrastrutture logistiche e di trasporto. Oggi, fatto pari a 100 l’indicatore di connettività internazionale di Londra, Milano sta a 23,5 mentre Monaco a 45,6. Per crescere, abbiamo bisogno di una rete efficiente che colleghi le imprese e i mercati finali.

Milano ha caratteristiche eccezionali, ma deve porsi seriamente il tema della sua competitività futura. Perché in questi anni abbiamo subito anche noi un pesante arretramento della produzione. Le difficoltà delle nostre imprese e lo scoramento del lavoro sono sotto i nostri occhi.

Partiamo tuttavia da grandi punti di eccellenza.

Milano sede del 40% delle multinazionali presenti nel Paese, fonte del 10% del PIL italiano.

Milano con 8 Università, con 45 facoltà universitarie e 184 mila studenti di cui 13 mila stranieri, che nel 2013, percentualmente, sono cresciuti di più rispetto all’Italia.

Milano con 285 centri di ricerca, da cui proviene il 24% dei brevetti italiani.

Milano con 5 milioni di presenze agli eventi fieristici, più di Francoforte.

E al centro di una regione, la Lombardia, che esporta il 40% del suo PIL. Come la Germania. E più della metà verso paesi extraeuropei.

Milano dove si concentrano le grandi banche e le grandi assicurazioni. Faro mondiale della moda e del design. Ma anche Milano con la più alta concentrazione italiana del terzo settore, attento alla cura di ciò che è più fragile e non viene sostenuto dalle istituzioni pubbliche, dagli anziani ai disabili, fino al patrimonio culturale e monumentale.

Ma Milano corre un rischio. Appesantita dalla crisi italiana e purtroppo dagli scandali, corre il rischio di chiudersi in se stessa e non pensare in grande. Proprio quando altre città del mondo si proiettano verso il futuro con ambiziosi piani strategici.

La costituzione della città metropolitana può e deve essere allora una grande occasione per ripensare profondamente l’organizzazione del nostro territorio in una stretta collaborazione con la Regione, ma avendo chiari gli obiettivi strategici che si vogliono raggiungere, in un periodo di tempo definito, e con la struttura esecutiva necessaria.

Un’area come quella milanese ha successo se inclusiva di un’area più vasta, una città di “flussi” con al centro famiglie, imprese, istituzioni culturali. La mobilità locale e internazionale, la digitalizzazione di servizi, la semplificazione burocratica e l’uniformità dei comportamenti fiscali, ambientali e urbanistici, ne sono un primo strumento, se si ha il senso della direzione da seguire.

Monaco, Lione, Chicago, molte altre città si sono date un vitale framework strategico.

Abbiamo sentito da Joan Trullén i Thomàs l’esperienza di Barcellona.

Con i nostri 50 progetti abbiamo voluto dare il nostro contributo.

Ma ora occorre che le istituzioni, Comune e Regione collaborino fra loro per creare quel City Council che sia il motore strategico della futura città metropolitana. Un vero progetto strategico e la sua organizzazione esecutiva non possono nascere da una negoziazione diffidente fra istituzioni. Deve essere una grande occasione per superare gli steccati burocratici e la parcellizzazione decisionale che sono la vera malattia del nostro Paese.

Deve saper coinvolgere le forze più vive e innovative del territorio.

Per questo proponiamo che, appena insediato, il Consiglio Metropolitano nomini un Advisory Board per la competitività territoriale, composto da un numero ristretto di membri provenienti dal mondo delle imprese, delle professioni, della ricerca e della società civile, selezionati non in base a criteri di rappresentanza formale, ma alle competenze, alla conoscenza del sistema produttivo milanese e alla capacità di dare un contributo progettuale.

Quel che serve è una vision condivisa della Milano presente e futura, della sua vocazione economica e del suo posizionamento competitivo nella sfida globale tra territori, identificando pochi e chiari obiettivi di sviluppo e disegnando strumenti e azioni coerenti, che costituiscano la base del piano strategico.

Noi siamo pronti.

Imprese al centro

Veniamo da anni di guerra. Ma i 50 progetti “Far volare Milano” partono da un’idea di fondo. Quella di rimettere l’impresa al centro. Senza le imprese, senza gli animal spirits degli imprenditori, non si va da nessuna parte. Non c’è lavoro, né si ripaga il debito pubblico.

Per questo una ventina dei nostri progetti è dedicata a obiettivi quantificati per dare più forza alle imprese.

Cominciamo dall’innovazione nella ricerca. È vero che i criteri OCSE di rilevamento degli investimenti in R&D non fotografano molte delle innovazioni combinatorie diffuse nella nostra PMI. Ma il dato della Lombardia fermo all’1,3% del PIL in spese R&D totali, pubbliche e private, resta troppo inferiore all’1,7% della Catalogna, al 2,8% di Rhône-Alpes, al 4,9% del Baden-Württemberg. Dobbiamo concentrare gli sforzi in quest’area. Servono nuovi processi e nuovi incentivi.

La Lombardia resta troppo in basso nella densità brevettuale, con 135 brevetti depositati per milione di abitanti, che sono tanti rispetto ai 72 della media italiana, ma pochi rispetto ai 536 della Baviera, e anche rispetto ai 264 del Rhône-Alpes.

È vero però che abbiamo dei punti di forza sui quali concentrarci.

Una dozzina di istituti lombardi sono tra i più rinomati a livello internazionale e si collocano tra Harvard e Cambridge nel ranking mondiale Scimago 2013.

Nel settore delle life science, cioè salute e scienze della vita, la Lombardia è giunta a una densità di pubblicazioni che la pongono tra le posizioni di testa in Europa, con 1.100 pubblicazioni per milione di abitanti rispetto a 880 che è la media tedesca.

Il biotech, pur registrando una crescita senza eguali in Italia, non è sfruttato adeguatamente come in Germania. La densità brevettuale a Milano ­- 5,3 brevetti depositati per milione di abitanti – resta lontana dai 9,2 della Baviera, e dai 21,2 di Monaco. Ma siamo leader anche rispetto alla Germania per i brevetti nella green economy, come nei marchi Ecolabel, attribuiti a quei prodotti e servizi che hanno un ridotto impatto ambientale.

In ciascuno di questi settori i nostri progetti “Far volare Milano” hanno avviato da subito iniziative concrete, che sono già in atto da mesi.

Per rafforzare il venture capital e le start up.

Per attirare ricerca innovativa dall’estero.

Per accrescere ancora le multinazionali presenti a Milano.

Per migliorare i processi organizzativi.

Per diffondere nuovi meccanismi di trasferimento tecnologico, il vero “buco nero” che impedisce alle punte di eccellenza già presenti nel nostro territorio di meglio fertilizzare le filiere d’impresa esistenti.

Per quanto riguarda l’“advanced manufacturing”, vogliamo accelerare l’incorporazione in tutte le nostre imprese delle nuove tecnologie ICT, dei nuovi materiali compositi e delle nanotecnologie, della robotica avanzata e della produzione additiva 3-D, della nuova sensoristica e della nuova logistica.

Per l’internazionalizzazione, dobbiamo offrire alle nostre imprese strumenti per rendere più sofisticate le proprie strategie, in un mondo dove ciò che nel passato era considerato grande è oggi diventato piccolo.

Per l’innovazione organizzativa delle nostre aziende, ci siamo focalizzati su alcuni punti.

Poche aziende famigliari si aprono a management professionale esterno o componenti esterni nei consigli di amministrazione. Solo il 40% in Lombardia contro l’80% in Catalogna, il 70% in Baviera, Baden Württemberg e Rhône-Alpes.

In poche aziende le remunerazioni sono legate alle performance: solo il 15% in Lombardia contro il 27% in Catalogna, 43% in Rhône-Alpes, 44% in Baden-Württemberg, 48% in Baviera.

Su questi temi stiamo lavorando.

Ma per darvi il senso del nostro lavoro vorrei citarvi tre progetti concreti e significativi.

Progetto “Sicurezza al centro”

Assolombarda da tempo assiste le imprese per migliorare la sicurezza all’interno degli stabilimenti. Sappiamo come questo tema stia a cuore a tutti gli imprenditori e alle forze sociali di questa regione. E i risultati si vedono. In 5 anni gli infortuni sul lavoro sono scesi da 16,5 a 11 ogni mille occupati. E a Milano sono scesi da 13,5 a 8,7. Sono dati di cui possiamo andare orgogliosi, anche nei confronti internazionali. Possiamo ancora migliorare, conosciamo i numeri di chi è migliore di noi, in particolare il Giappone, ma possiamo già esserne fieri.

Ringrazio tutte le imprese per questo sforzo eccezionale.

Progetto “Codice italiano pagamenti responsabili”

Insieme all’Università Bocconi abbiamo redatto il Codice italiano pagamenti responsabili, ispirandoci al Prompt Payment Code britannico. È un Green Label conferito alle aziende private e alle istituzioni pubbliche che si impegnano a rispettare i tempi di pagamento pattuiti con i loro fornitori, e a diffondere questa buona pratica in maniera sempre più estesa. Lo abbiamo fatto perché siamo molto sensibili ai problemi che le imprese minori affrontano quando i loro incassi avvengono in tempi lunghi e incerti. La piccola impresa si trova infatti talora costretta a “fare da banca” ai propri clienti, senza alcuna protezione e vantaggio rispetto al credito vantato. Siamo partiti con grandi aziende e multinazionali, che già hanno in filiera ben 150 mila fornitori ai quali garantire tempi certi. Ma la battaglia è ora diffondere questo Green Label in tutte le associazioni di Confindustria e in tutto il Paese, facendone un vero e proprio benchmark anche internazionale. E siamo particolarmente grati a regione Lombardia di avervi subito aderito, e di volerlo a propria volta promuovere in tutto l’ambito pubblico lombardo. E speriamo non solo lombardo. I pagamenti pronti devono diventare sinonimo di buona cittadinanza economica.

Progetto “Start up town”

Le imprese che muoiono sono di 2,7 punti più di quelle che nascono. Per questo sono essenziali le start up, in tutti i settori e non solo in quelli avanzati. Per questo abbiamo anche offerto alle start up di usufruire gratuitamente dei servizi di Assolombarda sino a quando non supereranno i 500 mila euro di fatturato. E negli ultimi mesi abbiamo visto la nostra sede invasa da giovani entusiasti.

Sono esempi. Ma noi siamo convinti che su ciascuno dei nostri progetti l’innovazione e l’imprenditorialità si possano comunicare e diffondere.

Più un ecosistema complesso ha la capacità di “identificarsi”, “raccontarsi” e “comunicarsi”, focalizzandosi su alcune sfide precise, meglio può mettere a fattor comune le eccellenze e specializzazioni di cui già dispone, sovente senza neanche averne piena e diffusa consapevolezza.

Il lavoro da ricreare

Siamo profondamente convinti che la sfida più importante per noi tutti sia quella del lavoro. La ripresa del mercato interno è legata alla crescita dell’occupazione e in particolare di una occupazione sana, in grado di sostenere i salari mediani dei nostri collaboratori.

Sappiamo come negli Stati Uniti la ripresa stenti proprio perché i salari mediani sono decresciuti del 7% dopo la crisi.

In Lombardia abbiamo la fortuna di avere un forte settore a tecnologia media e medio alta e sappiamo come questo si associ, quasi sempre, a una distribuzione del reddito più equilibrata in tutto il sistema economico. Ce lo insegna il confronto fra Germania e Stati Uniti.

Purtroppo i dati sulla occupazione lombarda nel dopo crisi sono ancora negativi, trascinati dalla crisi del mercato interno e dalla generale preoccupazione sul futuro del Paese.

Ma sarebbe un grande errore se produttività e occupazione fossero considerate in conflitto fra loro.

Il tasso di disoccupazione lombardo è passato dal 3,7% nel 2008 all’8,9% nel primo trimestre 2014. Il tasso di occupazione è sceso dal 67% del 2008 al 64,4% del primo trimestre 2014.

Nello stesso periodo il tasso di occupazione della Baviera è passato dal 74,2% al 77,1%.

In Lombardia ci mancano ben 800 mila occupati, per raggiungere il livello della Baviera.

Questa maggior occupazione darebbe un impulso straordinario alla crescita.

A questo fine è fondamentale la riforma del mercato del lavoro. Il Governo ha mosso i primi passi in modo efficace, introducendo col decreto Poletti importanti elementi di flessibilità per un utilizzo del contratto a termine in linea con gli altri paesi europei. Confindustria, anche con il contributo di Assolombarda, ha presentato le proprie proposte in materia di lavoro. Il Presidente Squinzi ha sottolineato che su di esse ci aspettiamo un confronto serio. Tra le proposte di Confindustria per il recupero di competitività è fondamentale la valorizzazione di una contrattazione aziendale virtuosa, la focalizzazione su salari basati sulla produttività sostenuti dalle necessarie decontribuzioni. Sono strumenti necessari per unire imprenditori e collaboratori nel comune obbiettivo del rilancio delle nostre imprese.

Oltre alle necessarie riforme del mercato del lavoro, è urgente la massima attenzione ai nostri giovani. Una componente rilevante del tasso di disoccupazione viene dai giovani fra i 15 e i 24 anni. Su 909 mila giovani lombardi, circa 170 mila non hanno lavoro e tra loro ben 80 mila non lo cercano.

Il fenomeno dei NEET in Lombardia è ancor più grave nella fascia tra i 18 e i 24 anni. Erano il 14% nel 2008, sono saliti al 22,4% nel 2013. Rispetto al 5,7% della Baviera e al 6,4% del Baden-Württemberg.

Il nostro sistema universitario è nel complesso eccellente, e il sistema scolastico relativamente buono. Nei test PISA la Lombardia registra performance superiori alla Svizzera.

Purtroppo circa la metà di questa disoccupazione è attribuibile al gap fra le competenze richieste dalle aziende e le competenze dei giovani.

Abbiamo cioè un problema di mismatch, tra attese e realtà.

Quasi un terzo della disoccupazione giovanile può essere attribuita alla divergenza tra profili richiesti e competenze dei candidati.

E occorre lavorarvi: abbiamo troppi laureati quinquennali e troppo pochi laureati triennali con abilitazioni professionalizzanti. Serve più cultura tecnica. Servono più periti e più periti plus, con uno o due anni di corsi pratici aggiuntivi. Serve più passione tecnica. Perché alle imprese servono manager e tecnici appassionati: perché è la passione di manager e tecnici ad aver fatto nascere e crescere nel mondo l’Italia industriale.

A questo tema abbiamo dedicato alcuni progetti di grande interesse, in proficua collaborazione con le autorità scolastiche, che nascono dalla profonda conoscenza del sistema tedesco di alcune nostre grandi aziende associate.

Le aziende hanno la grande responsabilità di riavvicinarsi al mondo della scuola, di adottarne i laboratori, di offrire i propri tecnici come insegnanti. Molte lo stanno facendo, molte non riescono a farlo per la burocrazia e la chiusura del mondo scolastico.

Migliaia di nostri giovani talenti vanno a lavorare all’estero. Non sarebbe un dramma se migliaia dall’estero venissero da noi a lavorare. Ma non è così.

EXPO2015, l’occasione straordinaria

Cari amici, ho tenuto come ultimo tema quello dell’EXPO.

Considero EXPO2015 un’occasione straordinaria per la Grande Milano di oggi e per l’Italia del futuro. Per alcuni mesi Milano sarà al centro del mondo, per milioni di visitatori sarà la prima occasione per conoscere l’Italia e per raccontarla ad altri milioni.

Molti disfattisti spargono pessimismo. Ebbene, io sono convinto che sarà un grande successo. E molto si deve a Beppe Sala, che vedo in platea.

Sarà un successo nonostante tutto.

Nonostante tutto perché stiamo assistendo alla crescente incapacità dello Stato e delle procedure pubbliche di realizzare grandi infrastrutture rispettando tempi e programmi.

È stato ricordato un detto di Tacito “una repubblica corrotta ha bisogno di molte leggi”.

È così. Abbiamo bisogno di più responsabilità e più trasparenza.

Nella babele legislativa e regolamentare si avvantaggiano i disonesti e si scoraggiano gli onesti.

Sappiamo realizzare immense opere all’estero rispettando tempi e costi e non riusciamo a farlo in Italia?

Dateci procedure snelle, e le imprese sane daranno il meglio di sé.

Dateci cento regolamenti e dieci sfere di controllo, e vincerà la discrezionalità che alimenta opacità e ritardi.

Ma voglio essere chiaro: i disonesti devono essere cacciati dalle nostre file. Subito!

Le imprese che corrompono devono stare fuori dal nostro sistema. Perché impediscono alle imprese sane di stare sul mercato. Perché rovinano la vita di centinaia di imprese e di migliaia di famiglie, per le quali legalità vuol dire sviluppo.

Voglio ora condividere con voi una preoccupazione. Molte città che hanno ospitato grandi eventi, hanno poi avuto un calo di tensione molto negativo.

Ecco perché Assolombarda si è impegnata non solo per il successo di EXPO, ma da subito per il dopo EXPO.

Abbiamo presentato in collaborazione con l’Università Bocconi il progetto NEXPO, che prevede la creazione sull’area EXPO di un grande spazio verde, in cui attrarre investimenti esteri e italiani. Vorremmo realizzare sulla piastra di EXPO un hub della conoscenza per la Grande Milano, in cui concentrare grandi server per l’offerta di servizi avanzati in digitale a imprese, cittadini e istituzioni, per far crescere start up, per integrare centri di ricerca, università, idee d’impresa e PMI. Abbiamo già raccolto molte adesioni. Sappiamo che è un progetto complesso, ma può essere anche un nuovo sogno per la nostra città. Speriamo EXPO lasci un’eredità in continua crescita, fatta di talento, innovazione, competizione.

Cari amici imprenditori, mi avvio alla conclusione.

Sappiamo che ancor oggi il sistema manifatturiero lombardo è ancora 10 punti sotto ai livelli di produzione pre crisi.

Ma si è aperta una finestra di opportunità. Si vedono primi segni di ripresa. Si manifesta interesse dei capitali internazionali. C’è una grande voglia di riforme, nelle imprese come tra tutti gli italiani.

Lavoriamo tutti insieme, collaboriamo tutti insieme, abbattiamo barriere, ridiamo fiducia a noi stessi e ai tanti cittadini operosi e onesti di questo Paese.

Con i nostri progetti, con i numeri da cambiare davanti a noi, proponiamo un metodo concreto per costruire il futuro.

Lo vogliamo fare con entusiasmo.

È l’entusiasmo che si avverte nel video che abbiamo proiettato, quello che ci spinge a far volare Milano.

Ed è l’orgoglio che Milano ci ha dato, quello che noi vogliamo trasmettere e moltiplicare.

Grazie a tutti voi e insieme

RIPRENDIAMO IN MANO IL NOSTRO DESTINO!

Grazie ancora!

Gianfelice Rocca
Presidente di Assolombarda

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