Le imprese

Rilanciare il manifatturiero: una priorità italiana ed europea

5 giugno 2014


Rilanciare il manifatturiero ...


Presentata in Viale dell’Astronomia l’ultima edizione del rapporto annuale “Scenari Industriali” del Centro Studi Confindustria.

Il manifatturiero motore della crescita

«Concentrare tutti gli sforzi sul rilancio del manifatturiero per tornare a crescere e riattivare l’occupazione». Con queste parole il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, nel suo intervento alla presentazione del quinto rapporto “Scenari Industriali” a cura del Centro Studi Confindustria, ha riaffermato la centralità del manifatturiero per lo sviluppo dell’Italia e per arginare l’emorragia del lavoro.

Il tema, sempre più presente nel dibattito europeo, deve entrare con urgenza nell’agenda italiana: dal manifatturiero deriva l’80% delle esportazioni italiane, l’unico elemento di traino per la nostra economia durante questi anni di crisi. Per di più, manifattura e servizi sono legati a filo doppio: senza manifattura non c’è futuro neanche per i servizi a più alto valore aggiunto.

La situazione non cambia a livello locale. A questo proposito, il tema del progetto che apre il piano strategico di Assolombarda per il 2014-2016 – “Sviluppo del manifatturiero” – è emblematico.

L’industria italiana: a che punto è la crisi?

Secondo l’analisi realizzata dal Centro Studi Confindustria, nel periodo 2000-2013 la produzione manifatturiera mondiale è cresciuta del 36%, mentre l’Italia ha registrato un crollo del 25,5%, con cadute simili in tutti i settori ad accezione dell’alimentare. Il divario rispetto al mondo si era già aperto prima della crisi, ma dal 2007 si è allargato in modo drammatico.

La base produttiva manifatturiera è stata intaccata tanto al Nord quanto nel Sud dell’Italia, con la crisi che ha agito da acceleratore: persi quasi 930 mila addetti e oltre 100 mila unità locali manifatturiere nell’ultimo decennio.

Sulla riduzione, negli ultimi anni hanno agito fattori sia esterni sia interni. Da una parte, hanno pesato le politiche restrittive di bilancio delineate a livello europeo e un euro forte che ha penalizzato le nostre esportazioni. Dall’altra, hanno giocato contro una domanda interna molto debole, l’asfissia del credito, l’aumento del costo del lavoro slegato dalla produttività, una redditività d’impresa su nuovi minimi.

Ciò nonostante, ha riconosciuto Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria, «nel 2013 l’Italia conserva un buon posizionamento all’ottavo posto – anche se in arretramento dal 2007 – nella classifica delle potenze industriali a livello mondiale, con una quota della produzione manifatturiera globale pari al 2,6%». Prima di noi, in classifica, Cina, saldamente in testa, Stati Uniti, Giappone, Germania, Corea del Sud, India e Brasile.

Le leve della competitività messe in campo dalle imprese

Di fronte a queste difficoltà, «Gli imprenditori», ha sottolineato Squinzi, «non sono rimasti immobili”, spostandosi verso prodotti a maggior valore aggiunto, difendendo la propria presenza nelle catene globali del valore, preservando risorse per ricerca, innovazione, brevetti e, infine, adottando nuove strategie manageriali e organizzative.

Grazie a queste leve, l’Italia ha conservato la propria competitività su mercati internazionali, realizzando nel 2013 il quinto surplus mondiale nella bilancia commerciale dei manufatti. La domanda estera (la Germania è il principale partner commerciale dell’Italia) è fondamentale perché attiva la maggior parte del valore aggiunto manifatturiero italiano.

 Leggi il rapporto “Scenari industriali”

 

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