Riapre il museo delle Arti decorative

7 giugno 2017


Riapre il museo delle Arti decorative

Al Castello Sforzesco nuovi allestimenti e un nuovo percorso espositivo. Tra ceramiche, maioliche e porcellane.

C’è uno dei quattro compassi di Galileo fatto realizzare nel 1606 dallo scienziato quando pubblicò un trattato sullo strumento. Ma anche oggetti ignoti ai più, come uno scaldamano in maiolica a forma di libro. E poi porcellane, sculture, reliquari, ceramiche e maioliche.

Ha riaperto il museo delle Arti decorative del Castello Sforzesco, dopo un anno di lavori e tre di studi e di ricerche.

Ospita in tutto 1.300 oggetti di “design ante litteram”, ossia oggetti d’arte in avorio, metallo, vetro, ceramica, tessuto che raccontano la creatività applicata all’utensile nella vita quotidiana delle classi agiate, narrando le scelte estetiche dei più importanti centri artistici italiani, europei e mondiali.

Si ripresenta al pubblico completamente rinnovato, con una nuova impostazione museografica. L’esposizione in precedenza era organizzata per serie tipologiche in base ai materiali. Ora invece gli allestitori hanno pensato di valorizzare l’utilizzo, la funzione degli oggetti esposti, la loro destinazione d’uso, attraverso un racconto della storia sociale e del costume. Ma seguendo anche l’ordine cronologico, in un lungo arco temporale che va dall’alto medioevo fino ai giorni nostri.

Nelle sette sale ci sono ancora le vetrine disegnate dallo studio Bbpr nel 1963, mentre l’illuminazione è stata rinnovata con luci a led.

Si inizia dalla sala 28, dedicata alle ceramiche, dove sono esposte opere emerse dagli scavi della città di Milano nell’Ottocento. Gli sventramenti di interi quartieri per procedere con il rinnovo edilizio, portarono alla luce le vestigia del passato.

Poi ci sono gli oggetti d’uso quotidiano, tra cui spiccano vetri muranesi e boemi e il rarissimo compasso di Galileo. Nella sala 30 invece si trovano maioliche e porcellane, come piatti istoriati cinquecenteschi, porcellane delle manifatture di Meissen, Sèvres e Doccia nel Settecento, oppure le posate di Gian Guido Sambonet e le maioliche lombarde provenienti dalle botteghe di Rubati e Lodi.

C’è una parte dedicata al “Mediterraneo”, con opere prodotte sulle sponde del Mediterraneo tra IV e XVI secolo: avori alessandrini, tessuti copti e bizantini, ceramiche mediorientali, ispaniche e siciliane. Un’altra dedicata agli anni Venti e Trenta del Novecento, con porcellane e maioliche di Gio Ponti e le oreficerie di Alfredo Ravasco, oggetti di Mengaroni e Arturo Martini.

La sala 32 è “Il gabinetto del collezionista” e raccoglie oggetti di piccole dimensioni, considerati opere d’arte rare e preziose e per questo collezionati, realizzati non con uno scopo funzionale, ma per riprodurre, o solo riecheggiare, la statuaria monumentale.

Per finire, in sala Castellana ha trovato posto la collezione di vetri Bellini-Pezzoli: cinquanta opere in vetro concesse in deposito al museo e realizzate dai più famosi designer dell’ultimo mezzo secolo come Enrico Baj, Mario Bellini, Fulvio Bianconi, Dale Chihuly, Gianfranco Frattini, Joan Crous, Silvia Levenson, Roberto Sambonet, Lino Tagliapietra, Toni Zuccheri.

 

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