Le imprese

Private equity e venture capital, si può fare di più

16 maggio 2018


Private equity e venture capital, si può fare di più

Nonostante un record sull’ammontare investito (esclusi i mega deal) che segna un +45% rispetto al 2016, resta da lavorare sugli investimenti ‘in expansion’, ovvero quelli per la crescita, che segnano un calo del 70% tra il 2012 e il 2017.

Nel 2017 la raccolta sul mercato nel private equity e venture capital, cioè operatori interessanti ad investire nel capitale di rischio di società più strutturate nel primo caso e in fase di startup nel secondo, è stata pari a 5.030 milioni di euro segnando un +283% rispetto al 2016. Un risultato importante, influenzato dall’attività di alcuni grandi soggetti istituzionali che nel corso dell’anno hanno effettuato closing di significative dimensioni.

Questi i principali dati presentati da AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) nell’analisi condotta in collaborazione con PwC – Deals sul mercato italiano del capitale di rischio.

Nel 2017, gli investimenti nel mercato del private equity e del venture capital in Italia si sono caratterizzi per il terzo ammontare più alto di sempre. Se si confronta però con l’anno 2016 si nota un calo del 40%; questo risultato è però influenzato da numerose operazioni di grandi dimensioni (operazioni al di sopra dei 300 milioni di euro di equity investito): se si escludono i mega deal, non presenti nel 2017, l’ammontare investito è pari a 4.938 milioni di euro, suddivisi in 311 operazioni, distribuiti su 250 società, in crescita del 45%, e rappresenta quindi il valore più alto di sempre.

Lo scorso anno ha visto quindi una crescita delle operazioni small medium e large, ovvero di quei deal che riguardano la tipica impresa italiana, in cui gli operatori internazionali hanno investito il 63% dell’ammontare totale.

Il 2017 vede il settore dei beni e servizi industriali primeggiare con il 16% delle operazioni totali, seguito dall’ict con poco meno del 16% e dal medicale, 11%. A livello geografico la regione che ha totalizzato la gran parte delle operazioni è la Lombardia con il 40% del numero dei deal, seguito da Emilia Romagna (12%) e Veneto (10%).

Suddividendo gli investimenti per tipologia (bay-out, early stage, expansion) dal 2012 al 2017, notiamo che quelli in bay-out, ossia quelle operazioni di acquisizione d’azienda in cui viene utilizzato prevalentemente capitale di debito che sarà rimborsato attraverso i flussi di cassa futuri dell’azienda stessa, sono quelli che hanno registrato il maggior tasso di crescita in Italia, segnando un +65%. Guardando al Regno Unito, Francia e Germania (riferimento temporale 2012-2016) si nota invece che il tasso è rimasto relativamente stabile. Invece, gli investimenti in expansion, quelli di “finanza per la crescita”, in Italia sono diminuiti di circa il 70%. Infine, negli investimenti early stage, che rappresentano quelli relativi a fasi di sviluppo dell’attività e quindi in qualche modo anche più rischiosi, il nostro Paese resta stabile, mentre in Francia si registra una crescita del +100%.

Per questa tipologia d’investimento, se analizziamo gli ultimi due anni e li mettiamo a confronto, notiamo però una timida crescita, sia in termini di numero (+4%) sia per ammontare (+29%).

I disinvestimenti sono stati invece pari a 3.752 milioni di euro, in crescita del 3% rispetto ai 3.656 milioni dell’anno precedente. In particolare, sono state registrate 202 dismissioni, in crescita rispetto alle 145 del 2016. Lo strumento maggiormente utilizzato per i disinvestimenti, se guardiamo ai volumi, è la vendita a soggetti industriali, che è il 29% del totale disinvestito.

Complessivamente, un anno di record con segnali di miglioramento ma diversi punti su cui continuare a investire.

 

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