Le imprese

Piani Individuali di Risparmio: a che punto siamo

18 gennaio 2018


Piani Individuali di Risparmio: a che punto siamo

I piani individuali di risparmio, meglio conosciuti come PIR, sono una nuova forma di risparmio, fiscalmente incentivato, finalizzata a canalizzare flussi finanziari verso le PMI italiane, che emettono titoli. Una panoramica a un anno dal loro avvio.

di Filippo Astone e Laura Magna.

Cinquanta miliardi di liquidità in cinque anni che le imprese italiane potranno impiegare per i propri piani di crescita. La cifra è quella che il governo stima raccoglieranno i PIR, i Piani Individuali di Risparmio, panieri di investimento lanciati giusto un anno fa per convogliare i risparmi delle famiglie verso le PMI italiane. Un’occasione di sviluppo per le imprese, ma anche per l’economia e per il Paese. La raccolta che i PIR hanno realizzato a fine 2017 è stimata a 10 miliardi (i dati ufficiali non sono stati ancora pubblicati), contro attese iniziali di 2 miliardi scarsi. Un’accoglienza calorosa quanto imprevista. Ma non è difficile comprenderne le ragioni.

I PIR ricalcano un modello già rodato in Europa, con i PEA francesi e gli ISA britannici: il plus che offrono rispetto a un fondo comune di investimento è la totale esenzione fiscale. Chi investe in PIR non paga alcuna tassa sui redditi prodotti da un capitale di 30mila euro all’anno, purché il paniere venga detenuto per almeno cinque anni: una manna per le famiglie già alle prese con imposte elevate. Affinché invece l’esenzione sia valida, il fondo PIR deve essere per almeno il 70% vincolato: il 21% verso le PMI, non appartenenti ai grandi indici di Borsa mentre il 49% nelle aziende inserite in questi indici; quindi teoricamente anche PMI che emettono titoli di debito (per le Srl deve essere previsto dallo statuto).

Questo è il vincolo di diversificazione, a cui si affianca quello di concentrazione che prevede che non si possa superare la soglia del 10% per il singolo strumento finanziario o emittente.

Se dunque il mercato domanda PIR e le società di gestione del risparmio continuano a sfornarne, dall’altro lato del denaro ci sono le aziende: tutte quelle che emettono titoli, azioni o bond, che siano o no quotate, hanno la possibilità di essere finanziate da chi investe in PIR a patto, certo, di finire nel paniere. E qui la questione si complica.

In cosa investono di fatto i PIR presenti sul mercato? Se si guarda alle partecipazioni dei fondi si nota che finora si sono concentrate verso i segmenti MTA (Mercato Telematico Azionario) e STAR (riservato alle imprese con capitalizzazione tra 40 milioni e un miliardo) e molto meno su società più piccole, anche se quotate su indici secondari come l’AIM (mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese italiane che vogliono investire nella loro crescita), secondo un’analisi che ha compiuto la società di consulenza finanziaria Consultique. Questo vale per tutto l’universo delle PMI italiane che è fuori dal listino: ovvero gran parte dell’economia reale, su cui l’effetto dei PIR sarà dunque, alla fine, nullo. Le PMI italiane sono più di 4 milioni e ammontano a oltre il 95% del nostro tessuto industriale. Le società quotate in Italia sono appena 380, in un mercato estremamente rarefatto.

Piazza Affari capitalizza l’1% sul mondo, una briciola e, secondo Kpmg, vale il 35% del Pil italiano, contro il 51% della Germania, il 66% della Spagna e l’86% della Francia. Cioè non rappresenta il tessuto economico sottostante da nessun punto di vista: né da quello dei volumi, né da quello settoriale, con le banche che occupano il 30% del FTSE/MIB.

Dunque, di fatto i PIR hanno investito sino a oggi su una piccolissima parte, neppure rappresentativa dell’economia reale. Nell’ultima Legge di Bilancio sono state abolite alcune esclusioni, come quella che riguardava gli investimenti immobiliari. E c’è alta attenzione sulla possibilità di introdurre anche investimenti in forme di Fintech come il peer to peer lending e l’equity crowdfunding.

Già al 30 settembre 2017, il numero totale di fondi PIR compliant era di 56, di cui 34 appena lanciati e 22 già esistenti e convertiti, oltre a 4 ETF (Exchange Traded Fund) e altre soluzioni del tipo polizza o gestione patrimoniale.

Molti di questi strumenti hanno un track record molto ridotto essendo stati lanciati quest’anno, pertanto le valutazioni sulle performance sono complicate. In questa prima fase tuttavia un investitore dovrebbe porre l’attenzione soprattutto sui costi del suo investimento. Questa l’opinione di Giuseppe Romano, capo dell’Ufficio Studi di Consultique, secondo cui analizzando la struttura dei costi dei fondi PIR si deve evidenziare come per quanto riguarda il dato relativo alle spese correnti non si notano grosse differenze tra gli strumenti che permettono di accedere al vantaggio fiscale e strumenti classici. In media un fondo azionario PIR ha spese correnti pari al 1,89%, superiore ma vicino alla media delle spese correnti per fondi sull’azionario italiano pari a circa l’1,8%. Tuttavia la struttura dei costi vede un emergere di oneri a carico del risparmiatore in quelle voci non incluse nel KIID Ongoing Charges, ovvero le commissioni di ingresso e le commissioni di performance. Le prime arrivano a toccare in alcuni casi anche il 6% mentre le seconde, dove previste, oscillano tra il 10% e il 25%. Per ottenere un beneficio fiscale soddisfacente, quantomeno superiore al 5% dell’investimento originario, occorre, considerando tutta la struttura di costi, una performance della gestione superiore al 9% annuo.

Sotto il profilo della raccolta i PIR sembrano, quindi, aver avuto un successo oltre le aspettative. La prossima sfida per il 2018 è come rendere ancora più efficiente il trasferimento di queste risorse finanziare alla platea più ampia possibile di imprese, con la consapevolezza che comunque non tutte potranno beneficiare direttamente di questi canali e che, quindi, occorrerà non dimenticarsi mai del canale bancario e degli altri nuovi canali di finanziamento che già attualmente sostengono molte aziende, in particolare di piccole dimensioni.

 

 

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