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Milano che vola – di Giangiacomo Schiavi

13 ottobre 2016


Milano che vola – di Giangiacomo Schiavi

di Giangiacomo Schiavi, editorialista de Il Corriere della Sera.

Il ruolo ritrovato di una grande città.

Cinque anni fa ci credevano in pochi. Quattro anni fa sembrava un sogno. Tre anni fa ci voleva coraggio. Due anni fa scaldava i motori. Un anno fa ha toccato il cielo. E oggi che Milano finalmente vola e raddrizza le curve della crescita, al punto che il premier Renzi invita la città a prendere in mano l’Italia per i prossimi vent’anni, chi ha scommesso sulla ripartenza e puntato alla luna quando era difficile farlo, non dice heri dicebamus, avevamo ragione, siamo stati buoni profeti, era giusto pensare positivo e rimboccarsi le maniche: dice che bisogna inarcare ancora la schiena e tenere alta la pressione per non disperdere il lavoro di una stagione esaltante, che ha restituito a Milano, insieme ai primati, un ruolo e una leadership. Understatement, in linea con lo spirito della città.

Comunque la si legga, la relazione del presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, è una bussola per restare con i piedi per terra e non perdere la rotta, perché al compiaciuto elenco dei successi e delle cose fatte, alla meticolosa ricostruzione delle percentuali e degli indicatori della locomotiva meneghina “che concentra in 60 chilometri il 25% dell’export e della manifattura italiana”, il leader degli imprenditori preferisce ricordare i nuovi impegni: immigrazione, innovazione, infrastrutture. Un’altra sfida, “per trasformare il futuro in orizzonte”, creare opportunità e migliorare “un luogo dove imprese giovani e anziani desiderano vivere”.

Se oggi Milano c’è, ed è entrata nella top ten delle città internazionali non è un caso: è perché ha smesso di voltarsi indietro e piangersi addosso, si è rialzata, ha fatto i compiti e si è data degli obiettivi. Il rilancio è un mix di fattori abilitanti, frutto del lavoro comune di attori diversi. Le università, tornate in campo con i nuovi rettori e una maggiore attrattività internazionale; i sindaci dell’ultimo ventennio, Albertini Moratti e Pisapia, il primo con i cantieri e i grattacieli, la seconda con l’intuizione di Expo, il terzo con la mobilità dolce e la visione green; le imprese, che hanno puntato su ricerca e innovazione portandosi avanti nella qualità del prodotto; i cittadini, che hanno accompagnato la rinascita mostrando uno scatto d’orgoglio, dicendo no alla violenza quando la partita sembrava compromessa dal primo maggio di guerriglia no global. A questo combinato disposto va aggiunta una rete sociale unica in Italia, un welfare integrato dal volontariato e dalla filantropia che ha nella Fondazione Cariplo un potente play maker. Il traguardo, l’obiettivo raggiunto è stato Expo: il suo successo, la gestione riuscita, l’apprezzamento dei giovani, le code con il sorriso e lo stupore del mondo hanno reso Milano una città simpatica, dove restare (e non da dove fuggire).

“Far volare Milano per far volare l’Italia” è stato uno slogan riuscito del presidente di Assolombarda, ma quando è stato lanciato sarebbe stato più facile dire “Allarme Milano, allarme Italia”. Ritardi, burocrazia, crisi di governo, tangenti sugli appalti, litigi politici, emergenza sicurezza restavano sospesi nell’aria quando Assolombarda ha messo in fila i cinquanta progetti per il decollo. Ora, con i brevetti cresciuti del 13 per cento, la produzione scientifica in campo medico del 7, le startup allineate con i benchmark tedeschi, il turismo in crescita e la disoccupazione in calo, Milano può davvero diventare quell’hub della conoscenza che dieci anni fa, per dirla con Manzoni, “era follia sperar”. Il dopo Expo, con la ricerca, Human Tecnopole e l’insieme dei saperi concentrato in ospedali pubblici e privati è un investimento sul futuro.

Così il campo da gioco è pronto con l’ultima suggestione. La città STEAM: scienze, tecnologie, environment come ambiente, arte-cultura-creatività, manifattura. Con questo, Milano può candidarsi anche alle prossime Olimpiadi, come probabilmente accadrà nel 2019, quando l’Italia rientrerà nel gioco delle candidature per il 2028.

Siamo ai titoli di coda: l’elegia con la quale stampa e tv sottolineano la primavera di Milano, una vera e propria renaissance, dopo aver chiuso gli occhi indugiando su una valanga di stereotipati luoghi comuni, è sospetta, persino esagerata. Per questo ho apprezzato più di altri commentatori le parole di Gianfelice Rocca quando ha detto: “Sappiamo che Milano da sola non può fare miracoli, occorre che anche il resto dell’Italia faccia la sua parte”. Tirar fuori il Paese dal pantano in cui è immerso facendo leva soltanto sul momento felice del capoluogo ambrosiano non è una soluzione: ci vuole il concorso di tutti. Non si cresce soltanto nelle punte, in quei luoghi che chiamiamo eccellenze: bisogna portare avanti chi è rimasto indietro, serve il gioco di squadra, la condivisione di un sistema di regole e di valori, una messa a punto generale per evitare il solito, annoso, squilibrio tra Nord e Sud, tra un’area che tira e una che arranca.  Giorgio Rumi, il grande storico che sapeva leggere nelle pieghe di Milano e conosceva l’avversione della città per le incoronazioni che non fossero quelle degli Ambrogini, diceva che Milano ha una spiccata vocazione all’autonomia, a far da se, e citava la sua borghesia che si è fatta carico della ricostruzione, il suo riformismo che ha temperato le asprezze del capitalismo, la solidarietà che è sempre stata una cifra distintiva, l’etica del lavoro che è diventata un modello. Aggiungeva però che Milano “è stata grande quando si è data un ruolo per il Paese”. Un ruolo pro tempore, non ufficiale, di riferimento e di guida morale. Può darsi che quel momento sia arrivato.

Giangiacomo Schiavi

 

Scarica la Relazione del Presidente Gianfelice Rocca all’Assemblea 2016

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