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Manifattura, il sistema cognitivo che sta al centro dello sviluppo italiano – di Filippo Astone

13 ottobre 2016


Manifattura, il sistema cognitivo che sta al centro dello sviluppo italiano – di Filippo Astone

di Filippo Astone, direttore di Industria Italiana.

Per rendere Milano una città STEAM il presidente Gianfelice Rocca ha individuato quattro direttrici di sviluppo. L’ultima in ordine di elencazione è stata quella del manifatturiero, che Rocca ha fatto coincidere con l’Industry 4.0. Ultima ma forse più importante, perché, a mio personalissimo avviso, racchiude anche le prime tre. In questo articolo vorrei soffermarmi sulla centralità del manifatturiero in Italia e sulla sua natura di sistema cognitivo distribuito, due dati di fatto che verranno rafforzati dalla quarta rivoluzione industriale. L’argomento mi sta particolarmente a cuore, tanto da rappresentare la ragion d’essere della mia attività di giornalista e saggista negli anni recenti.

Peraltro, quando Rocca ha fatto coincidere il manifatturiero con l’Industry 4.0, non ha usato una sineddoche, cioè lo strumento retorico attraverso il quale si indica una parte per riferirsi al tutto. Il fatto è che nei prossimi anni, tutta l’economia reale, ma proprio tutta, sarà Industry 4.0. L’industria, per dirla con altre parole, o sarà 4.0 o non sarà. Ecco, in breve, che cosa avverrà. Un sensore sarà montato su ciascun componente di qualsiasi oggetto, e trasferirà informazioni a grandi server, che le raccoglieranno e – attraverso appositi software e contributi di esperti umani chiamati “data scientist” – daranno loro un significato. Qualunque prodotto sarà monitorato in tempo reale, da parte di chi lo possiede, di chi lo ha fabbricato, di chi lo gestisce e di chi deve interagire con esso.

Ad esempio, le auto (in ogni loro singola parte, dal pneumatico al motore) trasferiranno informazioni ai loro proprietari e conducenti, alle case produttrici, ma anche a chi gestisce strade e città. L’uso delle informazioni ottenute da questo monitoraggio cambierà il modello di business di quasi tutte le aziende, che in molti casi si trasformeranno da fabbricanti di prodotti a erogatori permanenti di servizi attraverso quei prodotti stessi. E ciascuna impresa, per sfruttare queste informazioni, dovrà essere interconnessa con una moltitudine di altre: clienti, fornitori, trasportatori, altre aziende che concorrono a dar vita al medesimo prodotto e perfino, a volte, concorrenti. Ci sarà un ambiente di produzione molto più flessibile e con molta intelligenza diffusa. E ogni impresa, dovrà trasformarsi, a suo modo, in una sorta di software house. Just in time e personalizzazione di massa saranno imperativi categorici. L’azzeramento delle scorte e la maggiore efficienza, in generale, abbasseranno i prezzi, rendendo i prodotti più accessibili ma la competizione fra imprese (giocata tutta sulla conoscenza) ancora più ardua.

Già oggi il manifatturiero genera gran parte dei guadagni di produttività dell’intero sistema. Lo fa direttamente: attraverso l’innovazione tecnologica applicata ai suoi processi e ai suoi prodotti. E anche, forse soprattutto, indirettamente: attraverso l’utilizzo negli altri settori dei beni manufatti che incorporano queste innovazioni. Con la quarta rivoluzione industriale, questo meccanismo sarà ancora più potente.

Il manifatturiero, inoltre, è il massimo diffusore di innovazione nel resto dell’economia perché è al crocevia di tutti i processi economici, generando gran parte degli aumenti i produttività dell’intero sistema. Questi incrementi non avvengono solo attraverso le economie di scala e di scopo nella produzione, ma anche e soprattutto grazie a rendimenti crescenti di tipo dinamico (tecnicamente si dice learning by doing, che in parole povere vuol dire “si impara facendo”), che si generano via via grazie alla più efficiente divisione del lavoro. In questo modo, viene provocata progressivamente una crescente domanda di innovazione.

Un’azienda manifatturiera non è fatta solo di macchine. È un sistema cognitivo distribuito (un po’ come il cervello umano…) che aumenta ancora di più la sua complessità quando ruota attorno a tecnologie avanzate. Il gigantesco patrimonio di conoscenza implicita ed esplicita che forma questo sistema cognitivo risiede nella memoria delle persone che ci lavorano in misura uguale, o spesso anche maggiore, rispetto ai file cartacei o digitali che sono depositati in vari reparti, stabilimenti, officine e uffici. Altrettanto importanti sono le relazioni che si sono stabilite fra i vari sistemi di conoscenza ed esperienza. Sono queste relazioni e queste conoscenze a rendere fondamentale il fatto che il cuore dirigenziale dell’azienda sia vicino ad almeno una parte, quella originaria, della produzione.

Per dare vita a tutto questo ci vogliono decenni, varie generazioni di imprenditori, manager, ricercatori, operai. E il valore di tutto questo non si misura certamente con la capitalizzazione in borsa del momento, ma con la redditività industriale di lungo periodo. Per questo motivo è importante che il cuore della produzione sia fisicamente vicino, almeno in parte, a dove si progettano i prodotti e si decidono le strategie aziendali. Peraltro, l’Industry 4.0, per come è fatta, facilita questa vicinanza e rende economicamente meno conveniente la delocalizzazione.

«Oggi nelle nuove fabbriche e nella nuova industria si produce conoscenza insieme con i manufatti e con i servizi. La produzione continua e cumulativa di conoscenza è quanto può assicurare alle fabbriche e all’industria italiane un futuro. La storia della manifattura che diventa sempre più tecnologica e automatizzata può essere letta come un atto continuo di condensazione e di formalizzazione delle conoscenze lavorative, oggettivate nella tecnologia. Oltre una determinata soglia di sviluppo, la fabbrica è soprattutto tecnologia e conoscenza, mentre il lavoro si compone di operazioni di supervisione, regolazione, controllo. Mansioni delicate e importanti, che incorporano ed elaborano a loro volta conoscenza e che mutano la natura stessa dell’essere operaio», ha scritto Giuseppe Berta nel bel libro Produzione Intelligente, pubblicato da Einaudi nel 2015.

Rebus sic stantibus, non ci sono dubbi sul ruolo che la Grande Milano gioca in tale direttrice di sviluppo. Solo a Milano (e nella vicinissima Monza e Brianza) possiamo trovare una densità manifatturiera da record, una forte resilienza alla crisi congiunturale, un accumulo di conoscenze unico al mondo e una forte contiguità con l’arte, la moda, il design, il gusto del bello. Realtà che non sono solo estetiche o riferite agli specifici settori economici, ma che fecondano l’intera filiera produttiva – anche quella di produzioni chimiche e meccaniche apparentemente lontane – rendendola sempre più forte e competitiva.

Filippo Astone

 

Scarica la Relazione del Presidente Gianfelice Rocca all’Assemblea 2016

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