Le imprese

L’identikit dello startupper italiano

12 dicembre 2017


L’identikit dello startupper italiano

Secondo una ricerca realizzata da Italia Startup l’età media di chi fonda un’azienda innovativa è di 40 anni. 

Il 26,2% dei nuovi imprenditori ha concluso un lungo percorso di studi con una laurea di secondo livello.

Giovane, intraprendente e geniale. Nell’immaginario comune è questo il profilo tipico dello startupper di successo, avvalorato dai casi di Bill Gates (1975) che diede vita a Microsoft dopo aver lasciato Harvard o da quello di Mark Zuckerberg (2004) che mentre ancora frequentava lo stesso ateneo creò Facebook. Con il suo tipico pragmatismo, l’Italia ha però declinato questo paradigma nel modo che le riesce più congeniale, puntando su esperienza e specializzazione. È questo quanto emerge da una recente ricerca realizzata da Italia Startup, l’associazione dell’ecosistema startup italiano, in collaborazione con GRS-Ricerca e Strategia, giunta quest’anno alla sua seconda edizione e secondo la quale lo startupper medio ha già qualche capello grigio: l’età media è infatti di 40 anni; gli under 30 sono solo il 16,2% del totale, mentre c’è addirittura un 13,4% di over 50. Metà dei 300 intervistati individua tra i punti di forza della propria azienda il focus totale sul progetto e la voglia di intraprendere e di rischiare.

Secondo il segretario generale di Italia Startup, i dati che emergono dalla ricerca riflettono la struttura dell’ecosistema startup italiano, a luci e ombre: tra gli aspetti positivi si evidenzia un profilo prevalente dei founder italiani connotato da istruzione elevata, età media non più giovanissima, quindi con esperienza qualificata e con presenza importante di manager/imprenditori di lungo corso, così come un modello prevalente B2B, di buon auspicio per la contaminazione necessaria con il sistema industriale italiano e internazionale. Dall’altro lato si conferma una dimensione media piccola e una scarsa propensione allo sviluppo internazionale, parzialmente compensate da una voglia di intraprendere, di rischiare e di crescere che sono coerenti con lo spirito imprenditoriale tipico di una parte importante del nostro sistema industriale.

Osservando il livello di formazione accademica, si scopre che il 26,2% dei nuovi imprenditori ha concluso un lungo percorso di studi con una laurea di secondo livello. Il 30,2% ha conseguito un master o un post laurea. Sotto questo aspetto le differenze rispetto allo stereotipo dello startupper molto giovane, tecnologo e geniale (ma senza esperienza aziendale o consulenziale) sono abissali. Un’attitudine confermata anche dai dati sulla formazione interna: la ricerca fa emergere che vengono organizzati progetti di formazione annuale per un periodo superiore alle 40 ore a dipendente, per il 28% delle aziende, mentre il 21% investe dalle 21 alle 30 ore di formazione per i propri dipendenti.

Fra le 300 startup coinvolte nell’indagine i campi di attività più gettonati sono quelli legati al B2B Business-to-Business (il 50,7% del totale) e al B2B2C Business-to-Business-to-Consumer (36,1%), con solo l’11% dello startup puramente B2C. Per quanto riguarda l’identikit delle startup, si tratta per l’86% di startup seed, cioè attività imprenditoriali di recente formazione, spesso sostenute dai cosiddetti finanziamenti all’idea, mentre solo l’8,6% del campione preso in esame è costituito da startup consolidate, con un fatturato superiore a 1 milione di euro.

Le risorse umane impiegate in azienda sono solitamente limitate, con il 50% delle realtà intervistate che dichiara di avere un team composto da un numero che varia da tre a nove persone, mentre il 32% impiega al massimo tre dipendenti e solo nel 13% dei casi l’organico è compreso fra le dieci e le venti persone. Per quanto riguarda infine la percentuale di fatturato generata all’estero, il 36% degli intervistati dichiara una quota d’export inferiore al 10%, mentre un altro 36% afferma di non essere del tutto attivo sui mercati esteri. Questa scarsa propensione alle esportazioni stride con il complesso dell’imprenditoria italiana che, viceversa, ha fatto del successo negli altri Paesi il suo principale punto di forza. Va però anche detto che questa scelta di concentrarsi sul mercato interno non sembra aver penalizzato le startup italiane: secondo l’ultima edizione del rapporto trimestrale redatto dal ministero dello Sviluppo Economico e da InfoCamere, in collaborazione con UnionCamere, solo il 5% delle startup innovative sono fallite. Anche in questo caso, la Silicon Valley con la sua mentalità che fallire fa parte del gioco è lontana anni luce.

 

 

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