Le imprese

Legge innovativa e diffusione in crescita. Perché il 2017 è l’anno dello smart working

13 ottobre 2017


Legge innovativa e diffusione in crescita. Perché il 2017 è l’anno dello smart working

Lo stato dell’arte dello smart working in Italia tra novità legislative, dati sul fenomeno in crescita e nuove possibilità per lavoratori e imprenditori.

Il 2017 è l’anno dello smart working? Pare proprio di sì considerando l’entrata in vigore della legge in materia e la diffusione in crescita. La legge 81 del 2017, tra l’altro, non ha solo l’obiettivo di definire la disciplina ma anche quello di garantire nuove possibilità alle aziende. Il numero di imprese e di lavoratori coinvolti, infatti, è in continua crescita. Secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, i lavoratori che godono di autonomia nella scelta delle modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati aumentano del 14% rispetto al 2016 (e del 60% rispetto al 2013). Gli smart worker sono ormai 305.000, l’8% del totale dei lavoratori potenzialmente coinvolgibili (impiegati, quadri e dirigenti di imprese con più di 10 dipendenti), e cresce l’interesse sia tra le grandi aziende (il 36% ha lanciato progetti strutturati contro il 30% del 201) che tra le Pmi.

Per prima cosa, cos’è lo smart working? Da anni viene utilizzato e studiato, ma corre in aiuto l’articolo 18 della legge 81 del 2017 che ne definisce i confini: in sostanza lo smart working è una modalità di svolgimento della prestazione di lavoro subordinato in parte all’interno e in parte all’esterno dell’azienda, possibile grazie all’uso di tecnologie informatiche in remoto, senza vincoli di luogo. La legge del 22 maggio 2017 garantisce alle imprese flessibilità operativa e si inserisce comunque in un panorama in cui alcune grandi aziende hanno già investito su progetti di questo genere nonostante non esistessero riferimenti ad hoc in materia. Tra gli obiettivi del legislatore si possono sicuramente ricordare la promozione delle possibilità offerte dallo smart working, l’incremento della competitività e una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Scendendo nel dettaglio, lo smart working, così come viene precisato dalla norma, può essere organizzato per fasi, cicli ed obiettivi. E non ci sono limiti di orario per il lavoro agile, l’unico limite da rispettare è quello del massimo di ore settimanali previste dalla legge, nonché il rispetto dei tempi di riposo. Ma cosa serve per intraprendere un percorso in tal direzione? L’azienda deve stipulare un accordo scritto con ciascuno dei dipendenti interessati. L’accordo deve comunque definire i termini dell’esecuzione del lavoro dall’esterno dei locali aziendali specificando le modalità di esercizio del potere direttivo e gli strumenti utilizzati. Si devono precisare anche i tempi di riposo (almeno 11 ore consecutive al giorno) e le modalità che garantiscono la disconnessione. L’accordo può demandare a quanto eventualmente definito in accordi sindacali e/o policy aziendali.

Se si volesse tracciare una mappa dello smart working, si deve prima di tutto tenere in considerazione le dimensioni aziendali. Secondo l’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, tra le realtà con almeno 250 dipendenti ben il 36% dichiara iniziative strutturate: una quota in crescita dal 30% rilevato nel 2016. Se si aggiungono le aziende dove lo smart working è presente ma in modo sporadico la diffusione tocca il 43%. Lo scenario cambia quando si parla di Pmi con il 22% delle imprese coinvolte, anche se spesso prevalgono logiche di organizzazione informale. Le motivazioni principali che guidano l’interesse delle piccole e medie organizzazioni verso lo smart working sono il miglioramento della produttività e della qualità del lavoro (67%), del benessere organizzativo (27%) e della conciliazione tra vita privata e professionale (16%). Il 40% delle Pmi che non hanno ancora intrapreso questa strada sono soprattutto aziende del manifatturiero e la principale motivazione è legata alla limitata applicabilità al contesto produttivo. Nella pubblica amministrazione, infine, lo smart working rappresenta anche un obiettivo: il 10% dei lavoratori da coinvolgere entro 3 anni. Al momento sono attivi il 9% degli enti, di cui solo il 5% lavora con iniziative strutturate.

Quali sono i vantaggi dello smart working secondo le aziende che hanno già adottato programmi in merito? Miglioramento della produttività, riduzione dell’assenteismo e abbattimento dei costi per gli spazi fisici, riduzione dei tempi e costi di trasferimento, miglioramento del work-life balance e aumento della motivazione e della soddisfazione. L’Osservatorio stima l’incremento di produttività per un lavoratore derivante dall’adozione di un modello “maturo” di smart working nell’ordine del 15% e il tempo risparmiato da uno smart worker sia di 60 minuti per giornata di lavoro. Ma gran parte delle ricadute sono in realtà meno evidenti. Cosa c’è, quindi, sotto la punta dell’iceberg? E’ una grande opportunità di sviluppo delle competenze digitali, un potente strumento di attrazione delle risorse e di coinvolgimento delle persone. Inoltre, l’affermazione di una cultura basata sui risultati è favorita dalla necessità di dover condividere gli obiettivi, abituarsi a misurare i risultati, delegare e tollerare gli errori, valutare in base ai risultati, fornire un feedback.

 

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One thought on “Legge innovativa e diffusione in crescita. Perché il 2017 è l’anno dello smart working”

  1. MARIA ANTONIETTA DI FILIPPO scrive:

    Lo considero uno strumento valido sia per le aziende, per l’aumento della produttività, sia per i lavoratori affinchè possano conciliare al meglio la propria vita lavorativa e privata. Finalmente anche in Italia si è fatto, dal punto di vista giuslavoristico, un notevole passo in avanti al pari dei paesi europei.

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