Le imprese

Le medie imprese si confermano leader della manifattura italiana

29 novembre 2017


Le medie imprese si confermano leader della manifattura italiana

Pubblicata l’ultima edizione dell’analisi Mediobanca-Unioncamere, da cui emerge il primato delle imprese di media dimensione.

Le medie imprese si confermano la parte più performante del tessuto industriale italiano. È quanto si evince dal XVI Rapporto Mediobanca-Unioncamere, appena pubblicato. Lo studio ha fotografato l’evoluzione oltre 3.000 medie imprese (Quarto Capitalismo) nel ventennio 1996-2015. In questo periodo, segnato in maniera profonda dalla più grave crisi economica del dopoguerra, questa tipologia di azienda – che può contare, al contempo, su dimensioni più contenute rispetto alle grandi aziende, ma anche su una maggiore flessibilità e una migliore patrimonializzazione – ha ottenuto dei risultati significativi. Se, infatti, restringiamo il campo di analisi al periodo compreso tra 2006 e 2015, le medie imprese italiane (*) registrano un aumento del fatturato del 25,3% (+8,4% il totale manifattura) e del valore aggiunto del 31,1%. Inoltre, cresce del +10,8% la forza lavoro e si potenzia del +49% l’export (rispettivamente -6% e +33,2% la performance del totale manifattura).

I motivi? Oltre a ragioni dimensionali emerge una maggiore propensione a investire in innovazione. Non a caso l’incidenza di queste aziende rispetto alla manifattura italiana in termini di fatturato è passata dal 14,5% al 18,5%.

Le medie aziende italiane sono addirittura più competitive delle loro concorrenti inglesi, francesi e tedesche. L’analisi Mediobanca-Unioncamere ha fatto una stima su dati Eurostat mettendo al numeratore la media fra i valori aggiunti di Francia, Germania e Regno Unito e al denominatore la media del valore aggiunto in Italia. Se il risultato è 100, significa che la produttività italiana è identica a quella del meglio industriale dell’Europa; se è sopra 100 che la produttività italiana è migliore; se è sotto 100 che è peggiore. Ebbene, l’Italia emerge grandiosamente per le imprese fra i 20 e i 49 addetti (106,4) ed eccellentemente per le Medie con 50-249 addetti (113,3).

L’analisi di Mediobanca e Unioncamere si sofferma anche su tre aspetti: la localizzazione geografica, l’e-commerce e l’industria 4.0. Le medie imprese, infatti, sono collocate per oltre il 90% nelle regioni centro-settentrionali (con una presenza importante di Milano e della Lombardia) mentre al sud sono ancora una presenza sporadica. “Il Sud – ha spiegato Domenico Mauriello di Unioncamere durante la presentazione del rapporto – è quello che sta agganciando più lentamente la ripresa: nel 2016 erano un terzo le medie imprese che denunciavano una flessione, mentre quest’anno il 66% vede una ripresa”. Un ritardo di almeno un paio d’anni rispetto al nord, che ha iniziato la sua “marcia” già nel 2014, per uscire definitivamente dalla crisi due anni fa.

Per quanto riguarda l’e-commerce, c’è ancora molto da fare lavoro da fare. Oppure, non viene ritenuto particolarmente necessario. Forse perché le medie imprese sono nella stragrande maggioranza leader di settori di nicchia. Per il 90% delle oltre 3.000 imprese censite, infatti, il commercio online rappresenta meno del 10% del fatturato complessivo. Nel 75% dei casi, inoltre, l’unica forma di visibilità online è rappresentata dal sito Internet. Soltanto il 16% delle aziende, invece, ha sviluppato attività di e-commerce.

Infine, per quanto concerne l’industria 4.0, due aziende su tre conoscono questa rivoluzione (dato che scende al 55,9% quando si chiede conto delle misure messe in atto del governo). Ma solo poco più di un quarto ha avviato o completato la trasformazione digitale, mentre il 34,2% non conosce l’argomento e non ha in agenda l’avviamento di nessuna modifica del proprio apparato produttivo. Oltre il 33% degli intervistati, inoltre, ritiene di non avere dipendenti pronti ad abbracciare il cambiamento epocale dell’Industry 4.0. Segno tangibile che la formazione e le risorse umane sono un tema critico.

Molto attuale, inoltre, il tema del ricambio generazionale. In queste aziende, l’età media di chi è presidente e amministratore delegato è di 65 anni, contro i 59 delle altre imprese. Solo l’8,9% dei consiglieri di amministrazione ha meno di 40 anni e oltre 4 su 10 hanno superato la soglia dei 60 anni.

Al netto di alcune criticità, è però indubbio che le medie imprese siano il cuore pulsante della nostra economia. E questo per almeno tre motivi. In primo luogo, perché mantengono ampia la platea degli imprenditori, garantendo quindi il progresso tecnologico. In seconda battuta, perché si fondano su strutture flessibili e sulla solidità patrimoniale. Infine, perché questo sistema non è chiuso ma, al contrario, pronto a includere qualunque nuovo soggetto sia capace di generare una sua nicchia.

Ma quali sono le peculiarità del Quarto Capitalismo? Prima di tutto, una proprietà concentrata. Secondo i dati di Unioncamere, il fondatore e i discendenti gestiscono l’azienda nel 70% dei casi, mentre soltanto in un’impresa su dieci la famiglia non partecipa più alla governance. Dal punto di vista della produzione, le imprese realizzano perlopiù prodotti ad elevato grado di specializzazione, rivolgendosi quindi a una nicchia di eccellenza in cui non è la dimensione a fare la differenza, ma la qualità. Inoltre, la fidelizzazione della clientela consente di applicare prezzi più alti come riconoscimento della qualità offerta. Infine, per quanto riguarda l’approvvigionamento di capitali, i soci coprono il fabbisogno delle attività immobilizzate, mentre le banche finanziano il circolante.

Infine, ed è forse il dato più significativo da tenere a mente, le medie imprese hanno una fortissima vocazione all’export, che cresce in media del 5,6% all’anno. Il roi, inoltre, è sempre migliore di quello delle imprese dimensionalmente più significative. Del resto, dall’indagine emerge come sia merito del manifatturiero se, negli ultimi dieci anni, il surplus della bilancia commerciale è passato da 60 a 100 miliardi di euro.

 

(*) società di capitali del comparto manifatturiero con una forza lavoro dai 50 a 499 addetti, un fatturato dai 16 ai 355 milioni di euro e un assetto proprietario autonomo riconducibile al controllo familiare.

 

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