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L’automazione crea più lavoro, migliore e meglio pagato – di Filippo Astone

21 giugno 2017


L’automazione crea più lavoro, migliore e meglio pagato – di Filippo Astone

di Filippo Astone, direttore, Industria Italiana.

C’è una frase della relazione di Carlo Bonomi che mi ha colpito particolarmente. Non perché sia la più importante, di frasi importanti ce ne sono parecchie, anche più di questa. Ma perché si avvicina maggiormente al mio lavoro giornalistico dei mesi più recenti, durante i quali ho cercato di far capire a lettori e radioascoltatori che i robot non distruggono il lavoro ma, anzi, lo creano. La frase è: «Ma guardiamoci intorno: non è di questo che parla il dibattito nazionale. Il tema è invece quello dei robot che distruggerebbero il lavoro. Quando è vero il contrario: le serie storiche dell’economia americana dimostrano che sempre l’innalzamento di ICT e automazione ha creato e aggiunto più occupazione di quella che sostituiva». Il tutto, in un contesto nel quale si cerca di individuare una via italiana all’Industry 4.0 in modo intelligente e pragmatico.

Ma parliamo di automazione.

C’è un dato di fatto generale e uno particolare.

Quello generale è che da sempre, nella storia umana, il progresso tecnologico, creando maggiore produttività, alimenta anche la ricchezza e genera posti di lavoro a maggior valore aggiunto, di migliore qualità e maggiormente pagati. Non a caso, il Paese europeo con la maggior diffusione dell’automazione è la Germania, dove, secondo uno studio della Banca Mondiale, ben il 12% degli operai è a stretto contatto con un robot. La Germania, guarda caso, è anche il Paese europeo più ricco e con la disoccupazione ai minimi. Se i robot fossero un ostacolo per l’occupazione e la ricchezza – come si sente dire spesso – la Germania di oggi sarebbe povera e piena di disoccupati. Invece, è vero il contrario. Inoltre, a noi occidentali, l’automazione conviene perché fa venire meno le ragioni che rendono competitiva la delocalizzazione della manifattura. L’automazione consente di tenere le fabbriche qui da noi invece di portarle in Cina o in India o chissà dove. Non solo perché non c’è ragione di portare altrove un lavoro che viene svolto da robot ma anche perché più la fabbrica è a valore aggiunto (e quella automatizzata, ovviamente lo è) più è utile tenerla vicina ai centri decisionali dell’impresa che, in genere, stanno in importanti luoghi occidentali, dove ci sono competenze, attività di ricerca, società di consulenza, e tutto quello che serve. Infatti, parallelamente all’incremento dell’automazione cresce anche il fenomeno del reshoring, cioé del ritorno nel mondo occidentale delle fabbriche un tempo delocalizzate nei Paesi a basso costo del lavoro.

Il dato di fatto particolare è che l’Industry 4.0 (e tutta l’automazione-robotica che vi è collegata) è, oggi, solo agli inizi. I tedeschi, che sono quelli che hanno inventato il concetto di Industry 4.0, non faticano ad ammettere che ci vorranno ancora 10 o 15 anni prima che la Quarta rivoluzione industriale dispieghi pienamente i suoi effetti. Ciò significa che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro che verranno creati sono ancora tutti da occupare. In alcuni casi, come quello dei Data Scientist, c’è una carenza di personale a fronte di una fortissima richiesta. Solo in Italia, ci saranno decine di migliaia di nuovi posti di lavoro per progettisti di automazione, programmatori software, consulenti informatici, analisti di Big Data, esperti di robotica e automazione, controllori di processo.  Il rischio, anzi, è che la carenza di risorse qualificate ci costringa a importarle da altri Paesi.

Per quanto riguarda l’Italia, un problema irrisolto è proprio il declino della produttività, che si porta dietro anche il calo dei salari. L’automazione sarebbe, per noi, una potente soluzione a questo problema, anche se non certo unica e definitiva.

Parlando di automatizzazione, dovremo confrontarci anche con alcune professioni che, via via, saranno meno richieste. Si tratta di un tema serio, che va risolto con politiche del lavoro attive, quelle stesse politiche invocate proprio da Bonomi nella sua relazione.

Invece di eccessivi sensazionalismi, ci vorrebbero seri ragionamenti di politica industriale e di welfare in tema di robotica. Una volta assodato che si tratta di una potente fonte di valore economico, sociale e occupazionale, bisognerebbe capire come sfruttarla il più possibile. E come mettere in atto le migliori politiche del lavoro, della ricerca, della formazione.

 

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