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La perdita di capacità produttiva del manifatturiero italiano nella crisi

17 febbraio 2016


La perdita di capacità produttiva del manifatturiero italiano nella crisi

La collana Questioni di Economia e Finanza di Banca d’Italia affronta tematiche di attualità rilevanti per la politica economica.

Gli occasional paper n. 302 e 303 analizzano l’effetto della doppia recessione sulla capacità produttiva del manifatturiero italiano.

Nel periodo 2008-2013 l’economia italiana ha sofferto due crisi in rapida successione arrivando a perdere il 9% del Pil (lo shock più importante dal 1861). La produzione nel manifatturiero ha registrato una caduta del 23,5%; gli investimenti sono oggi a un livello inferiore di più di un quarto rispetto al picco del 2007 e circa un milione di persone hanno perso il lavoro.

Banca d’Italia fa il punto sulla perdita di capacità produttiva (ovvero, di prodotto potenziale) del manifatturiero italiano a causa della prolungata doppia recessione. Tra il 2007 e il 2013, la contrazione varia dal -11% al -17% per cento a seconda del metodo di stima utilizzato, con punte del 20% se si considera uno scenario controfattuale, ossia se si prende in esame quello che sarebbe stato l’andamento del prodotto potenziale in assenza della crisi.

Alcuni comparti di attività hanno saputo reagire meglio di altri sia prima sia durante la fase recessiva, altri hanno registrato un andamento più stabile:

  • performance peggiori per gomma-plastica e prodotti non metalliferi, legno e metallurgia
  • andamento pressoché stazionario per l’agroalimentare
  • il farmaceutico ha registrato, nel periodo preso in considerazione, addirittura un aumento di capacità produttiva che va dal +10 al +22%, a seconda del metodo di stima utilizzato.

 

Al calo complessivo hanno contribuito, oltre alla composizione settoriale, la piccola dimensione e la chiusura verso i mercati esteri.

Le imprese più grandi hanno reagito meglio alle contrazioni di capacità più acute, specialmente nel corso della prima fase della crisi. Nell’ipotesi che l’aggiustamento sia avvenuto solo sulla capacità produttiva (ovvero, a prescindere dall’uscita delle imprese dal mercato):

  • diminuzione di capacità produttiva quasi del 12% per le imprese con più di 50 addetti
  • diminuzione di capacità produttiva superiore al 20% per le imprese di minori dimensioni.

 

Nel biennio 2008-2009, le imprese export-oriented hanno perso ben più delle domestiche (-12,5% vs. -3,2%), per poi recuperare lievemente nei due anni successivi. Il brusco calo della domanda interna che ha caratterizzato la seconda ondata della crisi (2011-2013) ha successivamente portato a una diminuzione di capacità produttiva superiore al 13% per le domestiche, quasi nulla per le esportatrici. Complessivamente, tra il 2007 e il 2013:

  • le imprese domestiche hanno perso il 18,5% di capacità produttiva
  • le imprese esportatrici l’11,6%.

 

A livello territoriale, le imprese del Centro hanno complessivamente attraversato meglio la doppia recessione (diminuzione del prodotto potenziale pari al -7,1%, fronte di un -12,6% circa al Nord e un -11,1% al Sud). Al Nord, ha influito negativamente, nella prima fase della crisi, la forte internazionalizzazione delle imprese. Al Sud, si è registrata una maggior presenza di piccole imprese e un più drastico calo della domanda interna.

  1. 302 – “An inquiry into manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession” (Monteforte e Zevi, gennaio 2016)
  2. 303 – “Heterogeneous fall in productive capacity in Italian industry during the 2008-13 double-dip recession” (Locatelli, Monteforte e Zevi, gennaio 2016)

 

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