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La nuova borghesia produttiva, un modello di capitalismo

2 febbraio 2016


La nuova borghesia produttiva, un modello di capitalismo

Intervista a Mauro Magatti, autore del libro “La nuova borghesia produttiva”, che illustra un nuovo modello per il capitalismo italiano e il punto di vista di Alberto Meomartini, Vicepresidente della Camera di Commercio di Milano.

Una nuova borghesia produttiva in Italia esiste ma non è consapevole del proprio ruolo. Questo è il messaggio fondamentale dell’indagine condotta dal professor Mauro Magatti, in collaborazione con Fondazione Italia Patria della Bellezza, coautore della ricerca, su oltre duemila imprese e raccontata nel libro “La nuova borghesia produttiva. Un modello per il capitalismo italiano“. Magatti spiega che esiste una via italiana al capitalismo del XXI secolo, un modo originale di fare impresa, incentrata sulla qualità tanto del prodotto quanto del processo e radicata nel contesto territoriale locale e al contempo aperta alle reti globali e alle sue sfide. Ma attenzione, l’azienda deve avere tutte queste caratteristiche, non soltanto qualcuna, se vuole diventare un esempio che faccia da traino ad altri.

“La nuova borghesia produttiva” è il titolo del suo ultimo libro. Che cosa rappresenta?

Sappiamo che ci sono tanti piccoli medi imprenditori in Italia che in questi anni sono stati capaci di rilanciarsi, che hanno una precisa idea di come fare impresa, della produzione, del rapporto con i dipendenti e con il territorio. Quello che ci siamo chiesti è: questi imprenditori sono delle mosche bianche oppure sono un’avanguardia sufficientemente numerosa che può diventare un modello per tutte le altre imprese? A mio parere la ricerca ha confermato che è qualcosa di più di una somma di singoli e che c’è una quota poco superiore al 20% – che non è poco – di imprese piccolo-medie italiane che hanno una specifica e condivisa idea di fare impresa e mi sembra un dato importante.

La nuova avanguardia produttiva contiene un’idea originale del fare impresa. In cosa consiste?

È un’idea d’impresa che sostanzialmente assume una concezione integrale del valore, ovvero sa che la realizzazione di un valore economico attraverso un profitto è ciò che qualifica l’impresa che opera sul mercato. Deve avere una visione più ampia del valore e deve implicare almeno tre dimensioni: un investimento sulla qualità come punto cardine per poter competere sul mercato internazionale; un investimento sul proprio patrimonio di uomini, donne, competenze, conoscenze e deve avere la consapevolezza di appartenere a una storia, a una radice e a un territorio con cui avere scambi. Questo radicamento costituisce un pezzo della propria identità, della propria differenza. E questi tre elementi sono per noi qualificanti di un certo modo di fare impresa all’italiana.

Nel libro si parla di Milano, che ha un ruolo particolare rispetto al resto del Paese

Se si guarda la distribuzione di queste imprese, e in genere delle piccole-medie imprese italiane, Milano – intesa non solo come città ma come area produttiva – è il luogo in cui tutto ciò trova casa. È molto interessante che la ricerca lo sottolinei perché di solito questo modello di impresa lo si pensa più legato alla terza Italia o a territori un pò più periferici, invece tutto questo ha a che fare appunto con l’italianità in quanto tale e Milano ne è espressione.

Alla presentazione del libro è intervenuto Alberto Meomartini, Vicepresidente della Camera di Commercio di Milano, che ha condiviso alcune riflessioni e risposto a qualche domanda

“Borghesia produttiva”. In Italia esistono delle imprese che possiamo identificare con questo termine?

Il professor Magatti nel suo libro sostiene che esista una fascia importante d’imprese d’avanguardia, che stanno sul mercato con grande attenzione al sociale e che rappresentano circa un quarto delle imprese in Italia ma che non hanno consapevolezza del ruolo che potrebbero avere. Mancando questa consapevolezza non sono in grado di svolgere un ruolo maggiore di traino verso altri sistemi di imprese.

La ricerca è stata fatta a livello nazionale e quindi sconta le differenziazioni tra un territorio e l’altro. Territorio che sta diventando un fattore discriminante nel successo delle imprese e non sempre gli imprenditori lo sanno riconoscere come tale.

E Milano che ruolo svolge in questo contesto?

A mio parere una borghesia produttiva in Italia non esiste in generale, ma il caso di Milano è un pò diverso: in particolare EXPO non ha portato solo benefici diretti sul business, sulla comunità economica ma ha ridato anche alla comunità economica milanese quest’idea di collettività su cui si fonda una borghesia imprenditoriale.

Giustamente Magatti ricorda quello che è stato il ruolo della borghesia all’inizio del ‘900. In quegli anni la borghesia produttiva era molto attenta ai fenomeni sociali, al momento formativo, alle scuole professionali, agli istituti tecnici. Una sensibilità che le ha permesso di svolgere un ruolo di primo piano che è stato molto importante per lo sviluppo dell’impresa italiana. La città è stata una fucina di sperimentazione di nuove idee, di nuovi modelli culturali.

Il caso di Milano è interessante: esistono oggi più imprese di quante ne esistessero prima della crisi e ne nascono più di quante ne muoiano. Molte di queste imprese sono ben collocate sui mercati internazionali, molte fanno leva sul concetto di qualità e penso che trovino anche nel movimento associativo di Milano un catalizzatore di energie positive.

A livello imprenditoriale cosa fa la differenza?

L’impresa di successo deve avere una visione di lungo periodo e concentrarsi sulla qualità. In questo senso il nostro sistema manifatturiero, che ha una forte attenzione alla qualità, può compete per la differenziazione del prodotto. Merito di una naturale propensione al bello e di una tradizione legata alla dimensione della bellezza.

Inoltre, un’impresa dev’essere concentrata sull’apertura internazionale, ma anche al territorio e alla considerazione del lavoro come momento differenziale della propria costituzione d’identità. La maggior parte delle imprese si concentra solo su uno di questi aspetti. Le imprese d’avanguardia devono avere tutte e tre gli elementi per diventare la borghesia produttiva.

 

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