Le persone
Milano

La mia città è finalmente aperta – di Gaia Manzini

14 febbraio 2017


La mia città è finalmente aperta – di Gaia Manzini

L’articolo, a firma della scrittrice Gaia Manzini, è uscito il 6 dicembre 2016 sul Corriere della Sera in una versione più breve, all’interno dello speciale “Milano in vetta al presente”.


“Succede pure che, rasentando i compatti muri di Marozia, quando meno t’aspetti vedi aprirsi uno spiraglio e apparire una città diversa, che dopo un istante è già sparita”. Così Italo Calvino descrive una delle sue città invisibili.

Ma, in fondo, che cos’è una città?

Quando si vive in una città, si vive dentro quella città. Se ne è totalmente assorbiti. In un certo senso è come se fossimo noi a essere vissuti dalla metropoli, dal suo spirito, dalla sua atmosfera; non viceversa. Se si vive dentro una città, però, è difficile guardarla in faccia. Avere un’idea delle sue reali proporzioni.Gaia-Manzini

Sei anni fa ho dovuto trasferirmi. Ho messo una distanza tra me e Milano. Cinquecentosettanta chilometri, per l’esattezza; sei ore di macchina, tre di treno, una di aereo. Ma la distanza non è solo una questione di chilometri: è già di per sé pensiero. Il pensiero poi, se si avvia su un percorso virtuoso, diventa comprensione; e la comprensione, a sua volta, è un’inversione a u: si trasforma in un nuovo ritorno. Insomma, solo a distanza mi è sembrato di capire cosa fosse per me Milano.

Milano per me è una voce. Ogni città ha la sua prosodia, il suo timbro, la sua inflessione. Forse le città parlano più o meno nello stesso modo, ma a me sembra di poter riconoscere di Milano il tipico sferragliare del tram, il traffico fatto a piccole ondate, qualche moto solitaria e potente, l’assenza quasi assoluta di vento, il rumore della pioggia.

Poi, sorprendentemente, a distanza, ho capito che Milano è per me anche un odore. Non odore di smog e inquinamento come si potrebbe pensare, ma un odore legato all’infanzia. Odore di foglie bagnate sul terreno umido, una vera e propria madeleine. L’odore che c’era ai giardinetti di Pagano, o al parco Sempione, e che ho ritrovato negli ultimi anni portando mia figlia nei luoghi dell’infanzia. Un odore diverso da quello di Villa Borghese o di Villa Ada perché le piante sono diverse, diversa l’aria. Qui ci sono meno pini marittimi, meno fiori, e molto più sentore di terreno, più humus – che è il posto dove le cose prendono vita.

Infine, a distanza, ho capito che Milano è un’andatura.

Prima di trasferirmi a Roma, mio marito mi ha portato a perlustrare la città. Non solo il centro ma soprattutto quello che ci sta intorno: Monte Mario, Parioli, il quartiere Trieste… Strade che salivano e scendevano; e ancora discese, salite, curve; la mano fuor dal finestrino. Per un milanese però tutto questo – salite, discese, curve, la mano fuori dal finestrino – può voler dire una sola cosa: vacanza. Già, perché la città, il posto in cui si vive e lavora, per un milanese è pianeggiante, liscia, senza troppe distraenti ondulazioni.

E lì ho realizzato una cosa che sapevo da sempre, ma di cui non mi ero ancora davvero resa conto: a Milano non c’è un punto in alto. A Milano non ci sono belvedere, non uno.

È vero che dalla Montagnetta di San Siro si gode di una vista ampia, ma la collina, progettata da Piero Bottoni alla fine della guerra e costruita con le macerie della città, non è certo nata per mostrare chissà quale paesaggio o prodigio architettonico. La collinetta però si chiama Stella – da Elsa Stella, la moglie di Bottoni alla quale è dedicata. Stella: suona come un auspicio.

A Milano mancano i belvedere, nel senso che Milano ha nostalgia di un belvedere. Quando abitavo in via Correggio, nella zona nord-ovest della città, alcune mattine, capitava che il cielo non fosse lattiginoso come al solito. Non c’era più il sole bianco delle poesie di Antonia Pozzi. Gli occhi andavano a un orizzonte solo immaginato, e in fondo, sopra alle antenne e ai platani, compariva la cima del Rosa. Accorrevamo tutti sul balcone, sorpresi, felici. Eccolo il nostro belvedere privato. La bellezza era un’apparizione.

Cercare lo scorcio, l’apertura. Una specie di promessa luminosa, forse un nuovo inizio. Milano per me è stata questo. Solo ora che vivo lontana, mi sembra di capirlo.

Il milanese è uno che cammina composto, concentrato, e nello stesso tempo spera di avere la scusa per fermarsi ad ammirare qualcosa. Spera in una visione.

Da piccola passeggiavo col nonno. Abitava in Bovisa, una Bovisa prima della Triennale e del Politecnico. Camminando si scorgeva l’intrico di tubi di un gasometro o la facciata di cemento della Ceretti & Tanfani. Infine, s’incontravano i ponti. C’erano un sacco di ponti e io, d’un tratto, avevo l’impressione di trovarmi in una città attraversata da un fiume. Sotto, però, invece dell’acqua si stendevano i binari: linee che viaggiavano nella stessa direzione, convergevano e poi scomparivano inghiottite da una galleria. Al nonno piacevano, lo entusiasmavano. “Ecco le vie di fuga!” diceva. Le vie di fuga.

In centro invece ci sono andata spesso in bicicletta, prima sul sellino dietro alla bici di mio padre e poi, appena compiuti i quindici anni, con la mia fiammante Rossignoli.

L’avvicinarsi al cuore della città era una certezza che veniva dal cambio repentino del terreno. L’andatura diventava improvvisamente sobbalzante per colpa del pavé, prova decisiva per il ciclista urbano. Le distese di pavé sono anche loro una visione: la domenica mattina, senza neanche una macchina in giro, sembrano il deserto del Texas. Tutte quelle intersezioni tra le lastre assomigliano a crepe: si ha la sensazione che da un momento all’altro la città possa aprirsi a un’altra dimensione. E non è un caso che proprio lì, tra le crepe, ci siano molti luoghi ai quali ritorno spesso, anche solo col ricordo.

Dietro all’Università Cattolica c’è una Milano imperturbabile e austera, sempre uguale, e al contempo piena di sorprese. Quel centro sobbalzante accoppia palazzi antichi a case occupate. Nasconde una città romana col suo circo, le torri e le antiche vestigia; e un’altra ancora, rinascimentale. Il professore di storia dell’arte raccontava di un chiostro (la vera da pozzo, le logge, il porticato) che era stato inglobato in una casa costruita all’inizio del Novecento da un ricco signore. Chissà se prima di Cortili Aperti qualcuno è mai riuscito a vedere dal vero il Chiostro delle Umiliate.

Più ci ripenso e più mi sembra che Milano sia questo: una città dentro l’altra. Qualcosa da scoprire poco alla volta. Forse una matrioska. Come quelle che da bambina mi compravano alla fiera degli Obei Obei: le aprivo fino all’ultima bambola chiedendomi se ce ne sarebbe stata un’altra e un’altra ancora, all’infinito. E come una matrioska Milano non ostenta: preferisce celare. I portoni rimangono chiusi, protetti.

Un ragazzo che voleva stupirmi mi portava a studiare in Braidense e, alla pausa caffè, cercava di entrare nell’Orto Botanico, piccola oasi selvaggia a pochi passi dal centro modaiolo. Anni più tardi poi, con un’amica, abbiamo scoperto i resti di un albergo diurno sotto piazza Oberdan, un luogo liberty ormai dimenticato. C’era l’angolo di un barbiere ancora in attività, le poltrone, gli specchi ottagonali, l’aria annoiata di chi non ha molti clienti.

No, per molto tempo Milano non mi è sembrata bella. La bellezza la teneva per sé.  Forse perché per molto tempo non è stata una città generosa, o almeno così mi sembrava.

Era ed è, però, una città piena di fierezza. Chi veniva da fuori diceva che si dava delle arie, ma non erano arie – lo capisco adesso – era ancora l’aspirazione a un belvedere, alla vista ampia, a un’aria più pura. Ecco perché Milano è sempre stata in movimento, come alla ricerca di qualcosa. Il lavoro, l’imprenditoria, la finanza; il denaro frutto dell’ingegno. Il movimento sembrava compensare l’assenza di una visione d’insieme. A me adolescente quella frenesia pareva la promessa di un futuro dalle gambe forti e allenate. Il padre architetto di un’amica ci parlava dell’ampliamento della Fiera, dei mille progetti sulla Bicocca e sulle aree industriali dismesse. C’era la sensazione che Milano fosse come New York, Londra, o Parigi, ma senza quell’indomabilità che rimane propria delle megalopoli. Perché Milano, se volevi, te la giravi tutta in macchina senza mai rischiare di perderti, o quasi. Moda a parte, Milano non ha mai voluto essere la capitale di niente. Semmai, per molto – troppo – tempo ha desiderato essere un’isola.

“Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”. Dice ancora Calvino nelle Città invisibili.

Dopo gli anni Novanta, mi è sembrato di vedere un segno di rinascita nella criticatissima Ago, Filo e Nodo, la scultura di Oldenburg e van Bruggen che svetta metallica in piazza Cadorna e che ha inaugurato il nuovo millennio. La sua allegria sfacciata e la sua ineleganza non volgare mi sono sembrate fin da subito una sfida a una compostezza che rischiava di trasformarsi in rigidità. C’è l’ago simbolo della moda, d’accordo, ma è un ago speleologo che buca la superficie: cuce insieme pezzi di città, le sue stratificazioni, le sue contraddizioni.

Me ne sono andata da Milano che il clima era già euforico, per quanto l’euforia fosse ancora circoscritta. L’aria frizzante che si respira quando c’è il Salone del Mobile e la città diventa magnetica. Quella della Settimana della Moda, del Milano Film Festival, quella che ho trovato spesso nel foyer del Piccolo Teatro. E, sotto, un’euforia più silenziosa e implosiva: quella per Expo. Ho assistito da lontano alle migliorie e ai cambiamenti che l’Esposizione ha portato in città. E ogni volta che tornavo, tutto era uguale, e tutto era diverso.

Per me Milano era sempre stata una città da andare a cercare. Quando torno, ormai da qualche anno, ritrovo invece una città che ha aperto i portoni e le finestre, dove circola più aria. Una città che vuole darsi e mostrarsi, senza ostentare. Che ti viene incontro. Fedele a se stessa, ma in comunicazione col mondo. Il Bosco Verticale, la Torre Unicredit, la Torre Isozaki che riesco a vedere da casa dei miei genitori sono sorprendenti. Sembrano astronavi atterrate durante la notte, potrebbero essere le fibrillazioni del cuore della città. Sento che avvistarli mette in circolo le endorfine. È l’irresistibile fascino del dislivello, mi dico. Per un milanese è tale che, quando s’impara a guidare, la prima prova estrema è rappresentata dalle (due) curve in pendenza del Parco Sempione. Ricordo di averle affrontate a bordo della mia Uno grigia con il fiato sospeso, da sola, la musica al massimo, la fronte contratta. La medesima emozione che da ragazzini si provava alla prima nevicata, quando si prendevano gli sci e si andava alla Montagnetta di San Siro (ben 50 metri di altitudine dal livello stradale). Nei ricordi ci sono le porte dello slalom con i protagonisti della Coppa del Mondo. C’è anche l’immagine, ma credo di essermelo sognata, di Alberto Tomba che prende la metropolitana con gli sci appoggiati a una spalla, qualcuno che lo fotografa, qualcuno che gli chiede una foto e io che lo guardo perplessa: lo pensavo più giovane. La stessa emozione quella dello sci che ci prendeva scorgendo la vetta alpina dalla finestra, nei miei ricordi d’infanzia.

La nuova Milano ha portato l’altezza in città. Sembra più di una promessa, assomiglia molto a un nuovo inizio. Certo è una sensazione, non saprei dire esattamente di cosa si tratta. Ma lo leggo sulle facce di chi una volta voleva andarsene e ora vuole rimanere.

Quando torno a Milano, torno a casa. Una casa dove le stanze hanno appena preso aria, e posso sentire il respiro di una visione finalmente aperta. Sì, anche senza belvedere.

 

Nota biografica:

Gaia Manzini è autrice di Nudo di famiglia (finalista Premio Chiara) e La scomparsa di Lauren Armstrong (selezione Premio Strega, finalista Premio Rieti), entrambi editi da Fandango. Nel 2014 è uscito per Laterza Diario di una mamma in pappa. Ed è tra gli autori del soggetto di Mia madre, ultimo film di Nanni Moretti (2015). Collabora, o ha collaborato, con Nuovi Argomenti, D di Repubblica, l’Unità, il portale Treccani. Suoi racconti sono comparsi su la Repubblica, il Magazine del Sole 24 Ore, Flair, Nuovi Argomenti e in alcune raccolte, tra cui Pensiero madre (2016).

Il suo ultimo romanzo si intitola Ultima la luce, edito da Mondadori a fine gennaio 2017.

 

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One thought on “La mia città è finalmente aperta – di Gaia Manzini”

  1. Katia Di noto scrive:

    Complimenti, davvero. Un articolo bellissimo, sensibile, leggero, che unisce una delicatezza commovente ad una potenza emotiva notevole. grazie

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