Le imprese
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La finanza a servizio delle imprese

11 gennaio 2019


La finanza a servizio delle imprese

Il terzo capitolo del volume “Credito e Finanza per la crescita delle imprese” propone una serie di spunti affinché le aziende si muovano alla ricerca di architetture finanziarie ad hoc.

Le imprese devono essere in grado di possedere una panoramica generale su quali siano tutti gli strumenti che hanno a disposizione per finanziarsi. Storicamente, le aziende italiane sono molto legate al credito bancario e non volgono la loro attenzione verso altre forme di finanziamento.

Assolombarda punta a colmare questo gap, mostrando quali siano le alternative percorribili. Lo ha fatto con il libro bianco “Credito e Finanza per la crescita delle imprese”, il terzo di una serie di volumi dedicati ai temi ritenuti più strategici dal sistema imprenditoriale, prodotto in collaborazione con un panel di esperti del mondo finanziario e accademico. Il terzo capitolo del volume si chiama proprio “La finanza a servizio delle imprese” e analizza come le aziende possano muoversi e avvantaggiarsi costruendo “architetture finanziarie” su misura che considerino anche tutte le soluzioni innovative che via via diventano disponibili, muovendosi da un concetto di credito e finanza di sopravvivenza a un utilizzo esteso ed efficace di tutti gli strumenti finanziari.

I benefici sarebbero presto tangibili: l’irrobustimento della presenza sul mercato delle imprese, a prescindere dalla loro dimensione, la trasformazione delle startup in imprese con un orizzonte duraturo, la crescita (da piccole a medie, da medie a grandi).

Per attuare questo piano, l’Associazione ha individuato alcune linee di intervento. In primis educare le imprese a investire anche sulle risorse umane di qualità come elemento essenziale del proprio percorso. In particolare, si ritiene che la finanza non sia una componente residuale o di mero supporto, ma abbia piuttosto una funzione strategica per la crescita di impresa. Poi creare un nuovo genere giuridico d’impresa che sancisca un fatto ormai incontrovertibile, ovvero la presenza di imprese – e di intermediari finanziari – che si collocano a metà strada tra lo status di società quotata e quindi public, e di mera azienda non quotata, quindi private. È opportuno creare uno statuto delle imprese private to public che avrebbe anche un effetto educativo e di segnalazione al mercato: le imprese troverebbero un ambito giuridico che le sprona a un comportamento di crescita per muovere da un assetto di relazioni con il sistema finanziario basato esclusivamente sui prodotti creditizi, e quindi privo di impatti di governance e di qualità del processo decisionale, ad uno più aperto a interlocutori finanziari diversificati. Questo costituisce anche un segnale qualificato che l’impresa manda al mercato, dimostrando di sottostare a regole più severe e stringenti, divenendo più appetibile per gli investitori senza necessariamente procedere forzatamente a un salto come la quotazione.

La terza e la quarta area di intervento hanno invece come obiettivo quello di agire sull’assetto delle passività dell’impresa, creando delle condizioni per un’organizzazione più virtuosa della politica di indebitamento e di gestione del capitale. Questo significa orientare le scelte a un orizzonte di medio-lungo termine e a un ricorso più deciso al capitale di rischio. Nel caso più specifico dell’equity, le proposte tengono necessariamente conto non solo dell’angolo visuale dell’impresa, ma anche quello degli investitori che diviene critico in alcune fasi del ciclo di vita come quella di seed e di startup.

Il tema dei PIR completa il quadro degli interventi che facilitino la destinazione di risorse finanziare. Da ultimo si vuole proporre un cambiamento della definizione comunitaria di PMI, per supportare un migliore accesso delle imprese agli schemi di finanziamento disponibili.

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