Le imprese

La filiera Life Science in Lombardia, un’eccellenza da 46 miliardi

30 luglio 2018


La filiera Life Science in Lombardia, un’eccellenza da 46 miliardi

La ricerca “La rilevanza della filiera Life Science in Lombardia” evidenzia quanto questo comparto sia un asset fondamentale per l’economia della regione e dell’intero Paese. Abbiamo chiesto a Boston Scientifc, azienda attiva nel settore dei dispositivi medici, il loro punto di vista sulle potenzialità e le sfide per il futuro.

Analizzare nel dettaglio i diversi aspetti che compongono l’intera filiera delle scienze della vita in Lombardia partendo a monte dalla parte industriale (produzione di principi attivi farmaceutici, di farmaci, di dispositivi medici, di gas ad uso medico e servizi di ricerca biotech), per arrivare alla parte relativa al commercio fino all’erogazione di servizi sanitari. È l’obiettivo della ricerca La rilevanza della filiera Life Science in Lombardiarealizzata dal Centro Studi di Assolombarda in collaborazione con altre Associazioni di settore e Cergas-Università Bocconi. Dallo studio emerge prima di tutto che la Lombardia è la regione italiana più sviluppata nella filiera Life Science con un valore della produzione di 63,4 miliardi, oltre 23,5 miliardi di valore aggiunto e 347mila addetti. Considerando anche il valore indotto, generato tramite ricadute su altri comparti dell’economia, il valore aggiunto complessivo del life science contribuisce al 12,4% del PIL lombardo (ben il 2,7% del PIL nazionale).

Come si evince dalla ricerca, la Lombardia emerge in Europa tra le prime regioni farmaceutiche insieme a Cataluña, Baden-Württemberg e Île de France: in particolare, la farmaceutica lombarda genera un valore aggiunto pro capite superiore ai benchmark (537 euro per abitante) e l’incidenza del settore sul valore aggiunto totale delle imprese regionali è massimo (2,2%) insieme a quella della Cataluña (2,5%). Per quanto riguarda il comparto dei servizi sanitari, la Lombardia risente di un’intensità assistenziale inferiore rispetto alle altre regioni considerate. Nonostante ciò, l’incidenza del valore aggiunto sanitario sul totale regionale (4,3%) è allineata con i benchmark e, soprattutto, la Lombardia si caratterizza per una performance estremamente virtuosa dell’attività ospedaliera, con tassi di ospedalizzazione inappropriata (per patologie croniche quali asma, ipertensione e diabete) ridotti rispetto alle regioni confrontate (137 unità ogni 100.000 abitanti).

La Lombardia vanta anche il primato in Italia nel settore della sperimentazione clinica, con più del 50% delle sperimentazioni attivate ogni anno in ambito farmaceutico. Gli IRCCS che operano sul territorio lombardo rappresentano un terzo della sperimentazione clinica complessivamente condotta a livello nazionale. Fondamentali per il settore gli investimenti dell’industria, che nel 2016 ha finanziato il 55% dei trials clinici (studi clinici che seguono protocolli predefiniti per verificare che una nuova terapia sia sicura, efficace e migliore di quella normalmente impiegata e correntemente somministrata) attivi nel nostro Paese, percentuale che supera 60% se si considerano gli studi condotti presso gli IRCCS lombardi.

Le tecnologie per la salute sono un’altra area in grande sviluppo, all’interno della quale il settore dei dispositivi medici riveste un ruolo importante, anche perché rappresenta un punto di incontro tra tecnologie provenienti da diversi campi – mondo clinico, imprese, startup e centri di ricerca – ed è quindi caratterizzato da un’elevata concentrazione e intensità di innovazione.

Per avere una panoramica, a livello nazionale le imprese biomedicali investono oltre 230 milioni di euro annui in studi clinici, supportando il processo di innovazione per la gestione dei pazienti. Nel 2016 il mercato dei medical device ha raggiunto 11,4 miliardi di euro e rappresenta un settore importante anche sul piano dell’occupazione, con un totale di 76.000 dipendenti.

Boston-Scientific-sedeOltre ai numeri e alle analisi, però, è necessario approfondire le testimonianze di chi guida realtà aziendali fortemente impegnate nella filiera delle scienze della vita e in particolare in quest’ultimo settore che, come abbiamo visto – raggruppa al suo interno molte tecnologie e specialità. È il caso di Laura Gillio Meina, Country Leader di Boston Scientific Italy, azienda protagonista del settore dei dispositivi medici che conta 325 dipendenti, di cui il 48% costituito da donne, molte delle quali in posizioni manageriali. Tra queste, anche la Country leader, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono le opportunità e le sfide del settore in cui operate, con particolare riferimento alla Lombardia?

Nella continua ricerca di equilibrio tra bisogni e risorse la Regione Lombardia sta perseguendo lo sfidante obiettivo di coniugare progresso e sostenibilità, rinnovando la propria struttura organizzativa e i propri modelli gestionali costruendo nuovi processi di presa in carico dei pazienti cronici, che coinvolgono sia le Agenzie per la tutela della salute (ATS) che le Strutture di assistenza “socio” sanitaria presenti sul territorio (le ASST). In questo contesto il nostro contributo per vincere questa sfida è ampliare sempre più la collaborazione con le Istituzioni, mettendo a disposizione tutto il nostro know-how di innovazione.

La filiera Life Science è in crescita e rappresenta una componente fondamentale per l’economia lombarda. Quali sono i fattori che contribuiscono al suo sviluppo?

Certamente, per Aziende votate all’innovazione, la forte concentrazione di centri di eccellenza, IRCCS, università – che caratterizza il territorio lombardo – rappresenta un terreno fertile di crescita. Un altro elemento fondamentale è la presenza di un reale sistema misto pubblico-privato, da cui scaturisce una competizione virtuosa in termini di attrattività, perseguita attraverso l’innalzamento della qualità di cura. Ecco allora che quando la valutazione si basa sul valore, piuttosto che sul mero prezzo, è possibile costruire importanti sinergie, che vedono aziende come la nostra profondamente coinvolte e le nostre tecnologie realmente valorizzate.

Quali sono le principali iniziative di policy che dovrebbero essere attivate a livello nazionale e regionale per lo sviluppo del comparto?

Il settore dei dispositivi medici, con quasi 76.000 dipendenti in Italia, di cui il 7,3% impiegato in ricerca e innovazione, investe in questo campo circa 1,1 miliardi di euro (il 7% del fatturato). Un fiore all’occhiello del nostro Paese, che risulta 12esimo ‘brevettatore’ nel mondo nel comparto ed un motore propulsore per la nostra economia, proprio grazie alla costante e progressiva innovazione che lo caratterizza. Ecco allora che, affinché tale potenziale innovativo non resti semplice esercizio tecnico, ma si traduca in valore – clinico, economico, organizzativo – tangibile per pazienti, cittadini e istituzioni, diviene imprescindibile il ripensamento del sistema di accesso ai dispositivi, che, seppur governato, deve garantire trasparenza, tempestività e flessibilità. Auspichiamo quindi il superamento dei silos territoriali e settoriali, verso una Sanità orizzontale, che non curi solo la malattia, ma prenda in carico la persona, nel suo percorso di cura, garantendo accesso alle tecnologie più appropriate a soddisfarne il bisogno assistenziale.

Tirando le somme, la filiera della salute lombarda ha generato 23,5 miliardi di euro di valore aggiunto e un indotto di altri 22,3 miliardi nel 2016. I due segmenti più rilevanti della filiera sono i servizi sanitari (14 miliardi di valore aggiunto, ossia il 59,6% del valore totale della filiera) e l’industria farmaceutica (4,3 miliardi, 18,5%). La filiera, considerando anche l’indotto, rappresenta ben il 12,4% del Pil regionale – con un valore complessivo di oltre 45,8 miliardi – mentre a livello nazionale questa incidenza si assesta sul 10%. Dunque, un settore di specializzazione che si conferma particolarmente rilevante per l’economia lombarda e ancor più per la filiera nazionale, dal momento che in Lombardia si registra il 24,6% del valore aggiunto delle Life Science nazionali e il 19,9% degli addetti, a fronte di una popolazione regionale che è pari al 16,5% di quella italiana.

 

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