In mostra “Chinamen”: com’è nata la comunità cinese di Milano

23 marzo 2017


In mostra “Chinamen”: com’è nata la comunità cinese di Milano

Una mostra al Mudec ricostruisce la storia dell’insediamento della comunità orientale, dall’arrivo nel 1906 con l’Expo agli anni del boom della ristorazione. In scena anche un racconto per disegni animati e una graphic novel.

Tutto comincia nel 1906, quando a Milano si svolge l’Esposizione internazionale. Da Wenzhou e dalle città vicine dello Zhejiang approdano all’ombra della Madonnina commercianti cinesi, in cerca di affari con l’Europa. Hanno già relazioni ad Amsterdam, a Mosca, Parigi e Berlino e quando non trattano “cineserie”, come vengono etichettate le merci di cui si occupano, gestiscono la migrazione di parenti e compaesani dall’Est verso il vecchio continente. A Milano i primi mercanti cinesi arrivano al traino della delegazione imperiale che visita l’Expo. Per comodità si insediano nelle vie di Paolo Sarpi, appena fuori dagli spazi della fiera, in quello che allora viene chiamato il borgo degli ortolani di Milano. Anno dopo anno i cinesi che risiedono in zona aumentano, fino al boom del 1926 quando una compagnia franco-cinese recluta in massa agenti per vendere perle finte. Le cosiddette “perle matte”, di cui danno conto anche le cronache del Corriere della Sera. Negli anni i cinesi iniziano a diversificare le attività. Si improvvisano commercianti ambulanti di borse, cinture e maglieria, poi si stabilizzano, aprono botteghe tra via Canonica e via Sarpi. Nel 1934 si celebra il primo matrimonio tra un cinese e un’italiana. E nasce quella che oggi è la Chinatown di Milano.

L’avvincente racconto del quartiere orientale della città è oggetto di una mostra al Mudec, fino al 17 aprile: “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano”. Una mostra che parte da quel nome, Chinamen, con cui i figli dell’allora Celeste Impero erano etichettati, non senza un velo di pregiudizio, nei Paesi anglosassoni, per raccontare una storia di luci e ombre. Dai primi mercanti di statuette agli anni del Fascismo, che condannarono i cinesi di Milano a essere internati nei campi di concentramento, dall’isolamento della comunità alla rinnovata fase di apertura che trova in questa rassegna il suo coronamento.

La mostra conclude il programma culturale “Milano Città Mondo #02 Cina” organizzato dall’Ufficio Reti e Cooperazione Culturale del Comune di Milano e dal Mudec in collaborazione con l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano e con il Forum della Città Mondo, che mira ad approfondire la cultura e le modalità di insediamento di una delle più numerose comunità presenti nel territorio.

In mostra ci sono cimeli, fotografie, documenti pubblici e articoli di giornale. Dai ritratti di famiglia effettuati dallo studio fotografico Tollini, che dal matrimonio del 1934 decide di documentare la vita del quartiere, al portone originale de “La Pagoda”, il primo ristorante cinese ad aprire a Milano, nel 1962, in via Fabio Filzi. Dalle pagine del Corriere della Sera sui venditori di perle matte al ritratto di Sun Yat-sen che veniva esibito nelle feste orientali negli anni Quaranta e Cinquanta. I documenti storici hanno permesso di ricostruire i rastrellamenti fascisti che hanno causato l’internamento di circa 250 cittadini cinesi in Italia, per la maggior parte residenti a Milano, trasferiti a Isola di Gran Sasso. Nel dopoguerra solo cinquanta famiglie cinesi decisero di trattenersi in Italia, segnando la nuova vita della comunità di Paolo Sarpi, che negli Ottanta contribuì all’esplosione della ristorazione cinese a Milano e in Italia.

A questa raccolta si aggiunge un documentario a disegni animati, dal titolo Chinamen, nata dalla penna dell’artista Matteo Demonte che ne ha fatto anche una graphic novel.
“Unendo la ricostruzione filologica di una vicenda storica al linguaggio artistico – spiegano gli organizzatori -, Daniele Brigadoi Cologna e Matteo Demonte gettano luce su un periodo tanto inesplorato quanto determinante della storia sociale del capoluogo milanese, andando a descrivere il periodo storico durante il quale vennero gettate le basi che consentirono lo sviluppo delle migrazioni cinesi del dopoguerra e di rapporti familiari transnazionali che, nel corso del tempo e ancora oggi, non si sono mai del tutto interrotti”.

 

 

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