Le imprese

Imprese, gli strumenti non bancari per crescere

8 febbraio 2019


Imprese, gli strumenti non bancari per crescere

Non solo gli istituti di credito, che continuano a essere i partner più ricercati in Italia. Diversificare le fonti finanziarie deve essere una scelta strategica per le aziende. Ecco come.

Per crescere, allargarsi, migliorare, serve il capitale. Ogni impresa conosce questa semplice verità, ma non tutte sanno come farlo. O meglio, non tutte sanno quali strumenti ci siano a disposizione per farlo. Una recente ricerca della Commissione europea mostra come l’Italia sia un Paese “banco centrico”: il 73% delle pmi vede nelle banche il partner ideale per supportare i propri progetti e non guarda altrove. Si ferma agli istituti di credito senza valutare la possibilità di diversificare le fonti finanziarie di approvvigionamento. È una resistenza in parte culturale, in parte dettata dalla scarsa conoscenza di quali siano gli strumenti alternativi. Ripercorriamoli insieme.

Crowdfunding

Il crowdfunding prevede la ricerca di finanziatori per un’iniziativa attraverso Internet, rivolgendo un appello diretto a tutti gli utenti del web invece che ai tradizionali canali intermediati da investitori professionali come banche, fondi di private equity e venture capital, business angels.

La raccolta può avvenire tramite un modello “allor nothing” o “take it all”. Nel primo caso il successo della campagna è legato al raggiungimento di un target minimo; se non viene raggiunto, i fondi sono restituiti ai contributori. Nel secondo caso invece tutti i fondi raccolti vengono accettati, indipendentemente dal raggiungimento o meno del target.

Tra le principali modalità di crowdfunding c’è il Reward-based crowdfunding. Consiste in campagne molto eterogenee e non sempre riguardano iniziative imprenditoriali. I progetti italiani che hanno raccolto capitale sulle piattaforme sono numerosi. Possiamo stimare che il contributo finanziario arrivato alle pmi italiane già costituite da questa forma di crowdfunding, si possa aggirare intorno a 7milioni di euro.

Altra modalità è l’Equity crowdfunding, che è stato introdotto in Italia dal D.L. 179/2012, convertito nella Legge 221/2012. L’intento di policy è stato dichiaratamente quello di introdurre la raccolta di capitale di rischio attraverso Internet con il fine di favorire la nascita e lo sviluppo di imprese e startup innovative. Al 31 ottobre 2018 in Italia risultavano autorizzati da Consob 30 portali di equity crowdfunding.

Quello appena concluso è stato un anno favorevole per questo strumento. La raccolta complessiva ha superato i 36milioni (11,7 nel 2017). Triplicato anche il numero degli investitori, passati dai circa 3.300 del 2017 ai quasi 9.500 del 2018, a dimostrazione che questa forma alternativa di investimento è sempre più conosciuta e apprezzata dagli investitori italiani. L’incremento complessivo è dovuto sia al maggior numero di imprese finanziate che alla maggiore entità media della raccolta (316mila euro nel 2018 contro i 236mila nel 2017). L’investimento medio è rimasto invariato (3.700 euro circa in entrambi gli anni), la maggior raccolta è dovuta al maggior numero di investitori per campagna (84 nel 2018 vs. 66 nel 2017).

Al 30 giugno 2018 l’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano aveva censito 231 campagne di equity crowdfunding sui portali autorizzati, di cui 122 relative agli ultimi 12 mesi.

Le imprese che sono state protagoniste delle 231 campagne censite sono 214 e si suddividono in: 181 startup innovative, 18 pmi innovative, 11 pmi (tutte Srl) che hanno approfittato dell’estensione attuata dalla

Legge di Stabilità per il 2017 alle piccole e medie imprese dell’opportunità dell’equity crowdfunding. Infine, 4 veicoli che investono prevalentemente in startup o pmi innovative. La Lombardia è capofila con 80 imprese, seguono Lazio a quota 25 e Piemonte con 16 imprese.

Mini-bond

I mini-bond sono titoli obbligazionari (di qualsiasi scadenza) e cambiali finanziarie (con scadenza fino a 36 mesi) emessi da imprese italiane di piccola-media dimensione. Si tratta di titoli di debito e offrono una remunerazione contrattualmente stabilita attraverso il pagamento di cedole.

Il processo di emissione di un mini-bond parte dalla definizione di un business plan che evidenzia le motivazioni alla base della necessità di raccolta del capitale. È necessario stimare la capacità prospettica dell’azienda di generare cassa nel futuro per dimostrare ai potenziali investitori la sostenibilità finanziaria dell’indebitamento.

La ricerca degli investitori può essere effettuata contattando direttamente operatori specializzati nel campo dei mini-bond oppure appoggiandosi su arranger che dispongono di una rete di potenziali investitori.

Al 30 giugno 2018 sono stati censiti 604 mini-bond di un importo non superiore a 500 euro, per un totale di 19,04miliardi. Limitando alle sole emissioni di pmi, risultano 335 operazioni per un controvalore di 3,545 miliardi. Capolista è la Lombardia con 64 pmi coinvolte, ovvero il 29% del totale. Nel complesso il Nord Italia ospita il 68,3% delle emittenti.

Invoice trading

L’invoice trading, ovvero la cessione di una fattura commerciale in cambio di un anticipo in denaro attraverso una piattaforma online, non è propriamente un’operazione di raccolta di capitale, ma rappresentando lo smobilizzo di un’attività, è associata agli stessi effetti finanziari, traducendosi in un ingresso di cassa. Al 30 giugno 2018 risultavano attivi in Italia 6 operatori nell’invoice trading.

Il profilo tipico delle imprese finanziate è quello di pmi che trovano difficoltà a essere affidate da una banca, vuoi perché escono da procedure come concordati, vuoi perché ottengono commesse di rilevante dimensione, difficilmente finanziabili attraverso i fidi esistenti. Il tasso di interesse non è necessariamente competitivo rispetto a quello praticato dal circuito bancario. Il vantaggio sta sia nella possibilità di accedere alla liquidità per finanziare il capitale circolante senza garanzie (preclusa attraverso altri canali) sia nella rapidità di risposta.

Direct lending

Il direct lending può essere definito come un’attività di erogazione diretta di finanziamenti da parte di soggetti non bancari, tipicamente fondi di investimento alternativi specializzati che forniscono prestiti a medio-lungo termine a pmi e grandi imprese finalizzati a progetti di crescita, ad acquisizioni o al rifinanziamento del credito.

In Italia il mercato è ancora molto indietro e a rendere più difficile la raccolta di dati è il fatto che nei primi mesi di attività dei fondi le operazioni di direct lending erano organizzate in sindacato con istituti bancari, che erogavano il finanziamento alle imprese, salvo poi concederlo al fondo stesso. In totale le operazioni censite sono 25, per la maggior parte acquisizioni o finanziamenti ad aziende non classificate come pmi.

Quindi sembra che al momento il direct lending abbia privilegiato imprese di maggiore dimensione, con ticket di investimento significativi.

Private equity e venture capital

Il private equity è un’attività finanziaria attraverso la quale un investitore professionale rileva quote del capitale di rischio di un’impresa tipicamente non quotata in Borsa. Acquisendo azioni esistenti dai suoi soci (buyout) oppure sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando capitali ‘freschi’ all’interno della società target.

Il venture capital può essere definito come una categoria peculiare del private equity, in cui il target di investimento è rappresentato da un’impresa in fase di costituzione (seed), in un settore ad alto potenziale di crescita, o da una società in fase di start-up.

La fase di disinvestimento (exit) viene già pianificata nella fase di negoziazione dell’investimento e può avvenire il più delle volte dopo qualche anno con la cessione delle azioni (trade sale) ad un altro investitore (o con la quotazione in Borsa).

Gli investitori accettano di compartecipare al rischio dell’imprenditore, ma al fine di tutelare il proprio investimento chiedono la sottoscrizione di patti parasociali abbastanza complessi.

La quotazione in Borsa è una delle modalità citate di exit dall’investimento nel capitale di rischio di una pmi. L’accesso al mercato borsistico è però un traguardo impegnativo per una piccola impresa. È da sottolineare però che AIM Italia dà la possibilità alle pmi di quotarsi con procedure più snelle rispetto a quelle richieste per il listino principale e a costi più bassi.

Approfondisci il tema, leggi “I nuovi strumenti finanziari a disposizione delle imprese” – Quali sono, come funzionano e come possono essere d’aiuto per la tua azienda

 

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One thought on “Imprese, gli strumenti non bancari per crescere”

  1. alessandro betti scrive:

    Complimenti per la chiarezza e la sintesi espositiva

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