Le persone

Imparare dai grandi. Utili consigli

28 settembre 2016


Imparare dai grandi. Utili consigli

Si intitola “Non avere paura di sognare – Decalogo per aspiranti scienziati” l’ultimo libro del professor Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e professore ordinario di Patologia generale alla Humanitas University. Un manuale per spronare i giovani ricercatori scientifici a fare bene e a essere intraprendenti.

Dieci consigli per giovani ricercatori scientifici. E non solo. Alberto Mantovani è direttore scientifico di Humanitas, professore ordinario di Patologia generale alla Humanitas University, nonché uno dei ricercatori italiani più conosciuti all’estero, medico chirurgo e immunologo. Il suo ultimo libro Non avere paura di sognare – Decalogo per aspiranti scienziati (La nave di Teseo) è un prontuario che si rivolge a chi sta muovendo i primi passi nell’ambito della ricerca e della scienza. Consigli, esempi, motivazioni, Mantovani sprona i giovani a fare bene e a essere intraprendenti: seguire le proprie passioni, aspirare a una dimensione internazionale, essere umili, raccogliere le sfide e imparare dai pazienti. E poi ancora: ascoltare i colleghi, i capi, i collaboratori, imparare dai tecnici, accettare consigli, giudizi degli altri, rispettare i dati e condividere i propri risultati ed esperienze.
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Professore, come si possono riassumere in un unico insegnamento questi punti, per “non aver paura di sognare”?

Sono due i messaggi trasversali e sono riassumibili in due parole chiave: passione e umiltà. Passione significa inseguire la propria strada, le svolte e i cambiamenti che prende. La passione è quella per la ricerca scientifica e in medicina. Credo sia un insegnamento universale, valido anche per altre discipline e proprio per questo mi auguro che il libro abbia valenza trasversale.

Altro fattore importantissimo è l’umiltà, e parlando di biomedicina, è quella che si deve provare verso la sofferenza dei pazienti, nel modo in cui ci rivolgiamo loro. È umiltà nei confronti delle critiche, perché danno valore. Ma è anche umiltà nei confronti della tecnica e della tecnologia. Abbiamo una straordinaria tradizione di botteghe in Italia, si pensi a Stradivari: violini costruiti nelle botteghe di tecnici. Trasposto ai giorni nostri, mi riferisco alle figure dei tecnici e tecnologi, che sono importantissime e dobbiamo ascoltare.

Quanto è importante condividere con i giovani quanto si è imparato lungo il cammino? Che suggerimento dà questa volta ai suoi colleghi?

Per rispondere a questa domanda racconto due esempi di storie che ho vissuto. Ho lavorato con un grande e vecchio professore di Patologia generale che mi ha dato una lezione di umiltà. E poi con un collega arrogante e presuntuoso. Il primo, Enrico Ciaranfi, mi ha insegnato molto. Non posso dire lo stesso dell’altro. Ho la fortuna di vivere con persone che hanno dato contributi straordinari alla medicina e alla ricerca scientifica, a volte premi Nobel: sono professionisti più che avvicinabili e trascorrono il loro tempo anche coi nostri ragazzi, alla pari. È un atteggiamento tipicamente anglosassone che mi piacerebbe fosse più diffuso nella vita accademica del nostro Paese.

È il ricercatore italiano più citato al mondo. Come si può avere successo nell’ambito della ricerca?

libro-mantovani-1Con impegno e passione. Bisogna lasciarsi trasportare dalla passione per il lavoro e serve rigore per il lavoro fatto bene. Bisogna avere bravura e fortuna di incontrare dei buoni maestri: non si finisce mai di incontrarne, anche quando hai più di 60 anni. I miei sono i giovani, i tecnici e le figure senior, sono la ragazza portoghese che sta lavorando con noi, la giovane dottoranda con cui sto condividendo una serie di risultati inattesi e eccitanti per esempio.

Ma importantissimi sono anche gli incontri, quelli scelti e quelli fortuiti, con chiunque abbia qualcosa da insegnare.

Bisogna dedicare molto tempo al proprio lavoro per riuscire bene?

Ne sono convinto! Tutte le persone che ho conosciuto e conosco che danno alti contributi, hanno grande dedizione per il proprio lavoro: studiano, scrivono, correggono, in aereo, la domenica, ovunque.

Ai ragazzi che guardano percorsi all’estero cosa dice?

Credo che qualsiasi attività si svolga all’estero sia salutare e buona. Sia per lo studio che per il lavoro: è una ventata di ossigeno e apre la mente, vivere in una dimensione internazionale è fondamentale. Io faccio ricerca di buon livello qui in Italia, sono legato al mio Paese perché ho radici forti e ci sono sempre tornato, perché ho trovato strutture che coniugano pubblico e privato che mi hanno consentito di fare attività di ricerca secondo standard internazionali.

Che periodo vive la ricerca?

lab0009Penso che in tutto il mondo sia in atto la gara per i cervelli, che sono l’oro grigio, l’oro del terzo millennio. Il nostro Paese partecipa a questa gara in modo limitato. Sono relativamente poche le realtà italiane dove ci sono un numero significativo di ricercatori e docenti non italiani. Anche nelle università, che dovrebbero attrarre più giovani dall’estero.

Milano ha un ruolo sempre più internazionale. Vale anche per l’ambito scientifico?

Se facciamo un’analisi sulla produttività scientifica, l’area milanese è una a alta intensità di ricerca in Europa. Si deve parlare di “miracolo Milano”? Secondo me sì, ed è legato all’incrocio e alla sinergia tra pubblico e privato, fa parte della genetica della nostra regione. Humanitas, Negri, IEO, San Raffaele, il polo di Pavia: nell’area ci sono molte realtà.

Nella partita tra Germania e Lombardia sulla ricerca scientifica, se loro sono 100 noi siamo 120. Però c’è un problema! Rimaniamo indietro a livello di trasferimento tecnologico, siamo a un quinto, un quarto. Su scala globale le aree di innovazione sono poche, meno di dieci. La Lombardia non riesce a competere in questo. Si pensi agli investimenti fatti in questo settore nell’area di Londra: si arriva a 10 miliardi di sterline. Parigi ne ha investiti circa 6 miliardi. Certo, si può parlare di “miracolo a Milano e in Lombardia”, ma per il futuro non possiamo contare solo sui miracoli. Se vogliamo vincere la partita dobbiamo porci la domanda: vogliamo rientrare tra le dieci-venti aree ad alta intensità di innovazione che guideranno lo sviluppo del mondo?

 

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