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Il sistema Milano compete in Europa – di Paolo Bricco

13 ottobre 2016


Il sistema Milano compete in Europa – di Paolo Bricco

di Paolo Bricco, editorialista de Il Sole 24 Ore.

Milano fabbrica leadership, elabora visione, esprime attrattività. In competizione con le altri grandi città globali. E cerca un nuovo ruolo nella Europa post Brexit.

È risparmiata dagli eccessi della sindrome demografica, che sta provocando effetti economici e psicologici profondi nel resto del Paese. Tanto da confermare la sua natura storica: no, non è una città per vecchi. Anzi, è una città adatta ai giovani che desiderano imparare bene e agli adulti che vogliono correre molto. Milano, dunque, è tornata ad accumulare magnetismo attrattivo e a costruire capacità di leadership industriale e finanziaria. Da giocare nella partita dell’abbandono di Londra da parte dell’Ema, la European Medicines Agency, e con l’ipotesi che alcune istituzioni finanziarie globali possano dirottare qui investimenti e uffici, oggi nella City. Per non parlare della candidatura a ospitare il Tribunale Ue dei brevetti .

Dunque, il capoluogo lombardo è tornato a essere, nel deserto della crisi, la capitale del Nord e il motore propulsivo del Paese. Soprattutto è uno dei pochi luoghi italiani che non conosce quella particolare crisi demografica fatta di strabordante senilità nelle statistiche e di esasperata depressione nelle anime. Ci sono gli studenti. E ci sono gli adulti fra i 25 e i 35 anni. Hanno buone competenze e alti titoli di studio. Hanno curricula internazionali. Le loro carriere sono comparabili a quelle dei loro colleghi di Barcellona e di Monaco di Baviera, di Parigi e di Londra, di Boston e di Detroit. Lavorano in medie e grandi imprese che operano in un contesto ultra-globalizzato.

Ieri, all’assemblea annuale di Assolombarda, il presidente Gianfelice Rocca ha ricordato che, a Milano, nel 2015, si sono contati 46mila residenti con meno di 44 anni in più rispetto all’anno prima. Di questi, 31mila hanno tra i 25 e i 34 anni. La città attira studenti: sono 202mila (2mila in più nell’ultimo triennio). Il 7% arriva dall’estero, contro il 4% del 2008. Si tratta di “materiale umano” – delicato e esposto ai traumi della vita, ricco di potenzialità e di energie – che appartiene, in un tempo storico segnato da migrazioni di ogni genere, ai popoli in cammino: oggi la regione metropolitana milanese (il capoluogo, più Monza, più la Brianza, più Lodi) ha un tasso di stranieri residenti pari al 13%, contro il 12% della Lombardia, l’8% italiano e, nella comparazione con i maggiori aggregati tecno-industriali europei – l’11% del Baden-Württemberg, l’8% della Baviera, il 15% della Catalogna e il 6% del Rhône-Alpes.

Certo, i ragazzi stranieri che vengono qui a studiare qui sono una piccola porzione delle masse migratorie che si spostano non solo dalle zone di guerra e di miseria, ma anche dalle zone di pace e di prosperità. Ma, in una ottica razionalmente ottimista, sono – per il nostro Paese – come il sale della terra. In questo meccanismo di attrazione dei ragazzi dall’estero, ogni anno la reputazione internazionale di Milano e delle sue scuole cresce. «L’Università Bocconi – ha detto Rocca – è entrata nella top ten mondiale in Business & Management. Il Politecnico di Milano è nella top ten europea dei reclutatori per tutte le discipline». Oggi il gap dei vincitori delle borse di studio Erc (i finanziamenti dello European Research Council) si è azzerato rispetto alle performance dei ricercatori della Catalogna e del Baden-Württemberg. Per la precisione, fra il 2014 e metà del 2016 nelle università milanesi e lombarde i vincitori di borse Erc sono stati 24, contro i 26 della regione spagnola e i 27 della regione tedesca.

A Milano si viene per vivere, imparare e lavorare. Non è poco, in un Paese sempre più estenuato e impoverito che è tornato a produrre emigranti. La base su cui è costruito questo meccanismo virtuoso – civile e economico – ha due elementi: l’alta formazione e le imprese, un combinato disposto che ha per esempio un tassello essenziale nelle scienze della vita, in cui si contano 50mila addetti (il 21% nazionale). In tutti i campi in molti, dopo l’università, vanno via. Molti, però, restano. Qui e nel resto della Lombardia, che nel suo insieme appare un aggregato estremamente attrattivo per quella sua multispecializzazione che permette a ciascuno di trovare la sua collocazione.

Usando il profilo ampio di una Milano estesa all’intera regione, c’è una elaborazione compiuta dall’ufficio studi di Assolombarda su dati Eurostat che appare di grande interesse: nel segmento, prezioso per la demografia e le competenze, della popolazione fra i 30 e i 34 anni, il 29,5% è laureato. Questa quota era pari, nel 2014, al 25,9% e, nel 2007, 19,9 per cento. Si tratta di una progressione assai significativa. Quasi dieci punti percentuali in pochi anni, peraltro segnati dalla violenza della crisi, possono cambiare le cose. E le stanno cambiando. Nelle università, nella ricerca e nella impresa. La base tecno-industriale di Milano e della Lombardia appare solida. E con una proiezione internazionale rilevante, in grado di assorbire soprattutto gli effetti benefici dell’innovazione formalizzata.

Nella dinamica, secondo l’ufficio studi di Assolombarda, la relazione fra brevetti e export appare positiva, tanto che le imprese che usano strumenti di protezione dell’attività intellettuale risultano – a parità di territorio, settore e dimensione – del 22% più produttive. Nella dimensione strutturale, il profilo è altrettanto eloquente. Basti pensare che, secondo l’ufficio studi di Assolombarda che ha elaborato dati Bcg, qui si trovano 123 imprese con un fatturato annuo superiore al miliardo di euro. A Monaco di Baviera sono 61. A Barcellona, 25. A Stoccarda, 28. A Lione se ne contano 11. A Manchester sono 8. Ad Amsterdam, 44. A Torino, 13. A Glasgow sono 7.

La superiorità quantitativa milanese appare rilevante e mostra la sedimentazione e la strutturazione di una fisiologia produttiva che, partendo dalla manifattura ma ibridandola con i servizi e arrivando anche alla dematerializzazione del terziario più avanzato, costituisce una coagulazione feconda e efficiente del fare impresa. Un contesto utile per costruire una nuova forma di leadership. In Europa, ma anche in Italia. Milano non può più essere una sorta di aspirapolvere che inghiotte il Nord. Milano deve imparare a coordinarsi con il resto del Nord. Per esempio, ponendosi in asse con la nuova specializzazione di Torino nella manifattura additiva. E, così, in molti altri casi. Serve una nuova forma leadership, autorevole e non egemonica. Da Milano. Per un nuovo Nord e un nuovo Paese.

Paolo Bricco

Scarica la Relazione del Presidente Gianfelice Rocca all’Assemblea 2016

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