Le persone

Il futuro del design è di tutti

4 luglio 2016


Il futuro del design è di tutti

Passa dalla progettazione insieme al pubblico, alla partecipazione, al multiculturalismo. Parola di Luigi Ferrara, preside del Centre for Arts, Design & Information Technology del George Brown College di Toronto, ed esperto di design partecipativo.

In un mondo in evoluzione rapida, anche il design corre veloce e cresce confrontandosi con la rivoluzione digitale. Il canadese Luigi Ferrara è preside del Centre for Arts, Design & Information Technology del George Brown College di Toronto e direttore dell’Institute without Boundaries, ed è specializzato in collaborative design. È stato invitato, in occasione della Giornata Mondiale del Design, a “Future Ways of Living”, il programma ideato da Meet the Media Guru insieme a La Triennale di Milano in occasione della XXI Triennale Esposizione Internazionale – 21st century. Design After Design.

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Qual è il futuro del design italiano?

Ci sarà un cambiamento. L’Italia è brava a creare delle star del design, che hanno dato vita a oggetti, prodotti e servizi funzionali e belli. Ma il mondo sta evolvendo: il pubblico chiede di partecipare e interagire con la creatività. Il futuro del design in Italia è in transizione: dal progettare “per” la persona al progettare “con” la persona.

Per esempio?

Pensiamo alla stampa 3D: il pubblico interagisce con i modelli digitali che poi si stampano e personalizzano. Questo percorso è già iniziato in Italia, ed è molto forte nell’ambito della moda, delle scarpe. Ma ci sono anche altri esempi dove l’Italia non è così all’avanguardia, come le innovazioni sociali tipo Airbnb o Uber, piattaforme strutturate che agiscono a livello globale.

Le prospettive sono buone?

Penso di sì. L’Italia potrebbe diventare una delle maggiori forze del settore nel mondo. Ma deve forse essere più aperta, pensare globale, perché il futuro è globale, e tutte le nazioni lavoreranno assieme.

Come ci vedono all’estero?

Sempre molto bravi, anche per la grande tradizione che avete e che è riconosciuta. Però se si pensa alle nuove industrie, al digitale, le realtà italiane non sono ancora molto note, anche se vanno bene.

Essere un’impresa globale significa…

Avere un ambiente di lavoro multiculturale. Il mondo moderno è focalizzato sui processi e sulla logistica, è pratico. Bisogna fare spazio ai giovani, che creano novità. Costruire sistemi che permettano loro di emergere, o il rischio è di perdere una generazione di creatività.

Design partecipativo è?

Raggruppare persone con background diversi, coinvolgendo la comunità e gli stakeholder (enti pubblici, rappresentanti del governo) e lavorare insieme per risolvere problemi che tipicamente hanno nazioni, comuni o enti privati. Un esempio è quello che abbiamo attivato con “Expo as a global village international summer school”, nell’ambito del progetto “Future ways of living”, lavorando per un piano per il futuro dell’area Expo, non solo con architetti e studenti da tutto il mondo, ma anche con cittadini, esperti del territorio milanese e professionisti.

Ne sono nati otto progetti su vari temi: dalla mobilità sostenibile alla salute, all’educazione, per citarne alcune. Progetti che sono molto strategici per il futuro dell’Italia.

Quale è il punto di forza del design made in Italy?

L’Italia ha personalità geniali e con forte creatività, che lavorano velocemente e dotate di sensibilità. Abbiamo realizzato questo progetto su Expo in una settimana, in Canada avremmo impiegato due mesi. Questo perché qui c’è una forte e ricca tradizione di atelier, di studi e di imprese di grande capacità.

 

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