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Il canone lombardo e la politica – di Paolo Bricco

21 giugno 2017


Il canone lombardo e la politica – di Paolo Bricco

di Paolo Bricco, inviato, Il Sole 24 Ore.

Un messaggio chiaro – ed energico – alla politica. Senza alcuna venatura neo-populista. Ma, anzi, secondo un’etica della responsabilità tipicamente ambrosiana. E, questo, mostrando il posizionamento del Sistema Assolombarda nelle moderne cartine della nuova economia.

Carlo Bonomi, alla prima da Presidente di Assolombarda, ha pronunciato due frasi senza ambiguità: «Non abbiamo bisogno di elezioni anticipate, se mettono da parte le ragioni dell’economia. Non ci piace una legge elettorale proporzionale che lasci i partiti a mani libere, e impedisca agli elettori di scegliere coalizioni e programmi di governo». Le ragioni delle imprese. La necessità di ridurre il più possibile l’impatto del caos istituzionale e il disordine dei partiti politici su un ciclo economico che sta faticosamente cercando di invertire la rotta. Priorità che ricalcano le esigenze evidenziate dal Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Il contesto nazionale, con i suoi vincoli e i suoi limiti resi parossistici dall’eterna transizione italiana, non è cancellabile né emendabile in maniera istantanea. Ma, nonostante questo, il modello di Milano e della Lombardia mostra una vitalità sorprendente. Anche perché non nega la specificità italiana – ossia le piccole e medie imprese – ma le integra in un ordito di subsidiary – di consociate e filiali – e di investimenti stranieri – tramite fusioni e acquisizioni – esaltandone la flessibilità organizzativa e strategica, la capacità di partecipare ai fenomeni di destrutturazione organizzata e armonica dei cicli produttivi internazionali e l’attitudine ad agganciarsi alle catene globali del valore. Non a caso, l’orizzonte strategico che sta riplasmando il profilo della manifattura internazionale – il verbo dell’Industria 4.0 – deve avere una connotazione italiana. Senza concessioni a inseguimenti – la riproposizione pedissequa della Industrie 4.0 della manifattura tedesca e dell’Internet of Things della nuova industria americana – che porterebbero a effetti parodistici. «Per recuperare i gap accumulati dall’Italia occorre realizzare subito la quarta rivoluzione industriale. Sul modello però della piccola e media impresa italiana», ha infatti ricordato Bonomi. Il canone meneghino-brianzolo-lodigiano è il cardine del più ampio modello lombardo: «Al termine del mio mandato, penso che non si sentirà più nominare Milano, Monza e Brianza e Lodi. Perché noi siamo Assolombarda», ha sottolineato Bonomi, il quale ha poi evidenziato la necessità del superamento del particulare, per esempio con la ricerca di una unità e omogeneità attraverso il “metodo del Nord”: ampie consultazioni – su temi strategici – fra strutture associative settentrionali. Del canone di Assolombarda, le piccole e medie imprese sono elementi fondamentali di un meccanismo civile e culturale – prima che economico e industriale – che sta funzionando bene. Tre indicatori strutturali della fisiologia profonda di una economia internazionalizzata sono il gradimento dei prodotti sui mercati esteri (l’export), l’animo con cui lavorano gli imprenditori (la fiducia) e la qualità di chi lavora (il grado di istruzione e le competenze professionali). Secondo l’ultimo Booklet del Centro Studi di Assolombarda, l’export lombardo è cresciuto nel quarto trimestre del 2016 dell’1,9%, un decimo di punto in più rispetto all’1,8% della Catalogna; l’export del Baden-Württemberg è calato dell’1,7%, quello della Baviera è rimasto fermo al +0,2% e quello del Rhône-Alpes è salito dello 0,5 per cento. Usando un punto di vista di lungo periodo, rispetto al 2008 l’indice di fiducia del manifatturiero Milano vale oggi 8,8 punti, contro i 5,5 punti delle principali aree metropolitane della Germania, gli 1,4 punti francesi e il -1 degli spagnoli. Il clima di fiducia del terziario avanzato milanese è ancora più alto: 15,7 punti. Il terzo indicatore è il profilo del mercato del lavoro, uno degli snodi della crisi sociale ed economica connaturata a questa eterna transizione italiana: sempre secondo l’ultimo Booklet del Centro Studi di Assolombarda, nel 2016 gli occupati (15-64 anni) sono in Lombardia 36 mila in più rispetto al 2008. Nello stesso periodo, la popolazione è cresciuta di 120 mila persone. Dunque, in controtendenza rispetto alla deriva demografica che costituisce una delle malattie silenziose più letali per il nostro Paese. In un meccanismo di miglioramento qualitativo del tessuto economico, in confronto al primo anno della Grande Crisi si contano più laureati (+210 mila) e diplomati (+59 mila) e meno lavoratori con la sola licenza media (-216 mila). Prodotti, anima e qualità culturale e professionale. Il rito ambrosiano (e lombardo) del lavoro. La scommessa – o, meglio, il progetto – per il futuro.

 

 

 

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