Le imprese
internazionalizzazione

Fedele, concreto e attento ai prezzi: ecco il consumatore cinese del 2016

29 novembre 2016


Fedele, concreto e attento ai prezzi: ecco il consumatore cinese del 2016

Evolve la spesa per le famiglie cinesi, sempre più interessate ad acquistare prodotti per il divertimento e la bellezza. 

Status symbol, insomma, ma con un occhio concreto ai prezzi e alla fedeltà alla marca. In aumento anche la spesa online.

Nel 2011 la società di consulenza McKinsey ipotizza come sarà il consumatore cinese tipo dei prossimi anni. Cinque anni dopo, gli esperti a stelle e strisce pubblicano un documento in cui annunciano di aver rivisto alcune delle proprie previsioni. Cosa è successo nel mentre? La Cina, innanzitutto, è diventata il campione di incassi nello shopping che tutti conosciamo. E di conseguenza ha attirato su di sé analisi e studi più approfonditi. La stessa McKinsey, a marzo di quest’anno, ha promosso una ricerca dal titolo “Here comes the modern Chinese consumer” (“Arriva il moderno consumatore cinese”), che basandosi su interviste a 60mila persone in 60 città del Dragone, approfondisce la comprensione dei consumi nel gigante. Di conseguenza, è stato necessario aggiornare le precedenti conclusioni.

Prima caratteristica: parlare di un consumatore cinese equivale a parlare di un consumatore europeo. Categoria generica, forse troppo, visto che nessuno si sognerebbe di paragonare le abitudini di spesa degli italiani a quelle dei norvegesi, quelle dei greci a quelle dei tedeschi o quelle di una famiglia spagnola con una romena. Così in Cina. “Per esempio, il 70% dei consumatori nel distretto delle città di Fuzhou-Xiamen, che si trova sulla costa di fronte a Taiwan, ci aveva detto nel nostro precedente rapporto che era sicuro di aspettarsi un significativo incremento del proprio stipendio nei prossimi cinque anni – scrive McKinsey -. Al contrario, nel distretto Shandong byland, lungo la costa tra Shanghai e Pechino, erano più pessimisti, e solo il 33% dei consumatori esprimeva questa sicurezza”.

A Shanghai è aumentata notevolmente la fedeltà di marca, scrive McKinsey, così come la percentuale di spesa per prodotti più sani. Una scia che ricalca quella di un certo tipo di consumatore occidentale. Per cosa sono disposti a spendere di più i cinesi? Meno per il cibo, che passa dal 76% degli intervistati di cinque anni fa all’attuale 46%, mentre guadagnano posizioni i prodotti per la salute, dal 16% al 17%, i viaggi, dal 14% al 23% e il divertimento, dal 17% al 25%. Sono i segnali di una società più matura, urbanizzata, con nuclei famigliari più piccoli e consumatori più attenti a soddisfare i propri piaceri, come la cura del corpo e il divertimento.

E infatti trainano i beni “aspirazionali”. Quelli insomma che fungono da status symbol. Pensiamo alla cosmetica: tra il 2011 e il 2015, il 44% dei consumatori ha aumentato la propria spesa per prodotti di bellezza. Prendiamo le macchine. I dati dell’Ufficio di gestione del traffico del ministero della Pubblica sicurezza indicano che nel 2011 il 51% dei soldi spesi per acquistare una macchina serviva a comprare modelli inferiori ai 100mila renminbi di spesa (pari a circa 13.500 euro al cambio attuale). Nel frattempo è raddoppiata la spesa per auto tra 100mila e 250mila renminbi e, più di tutte, ha accelerato quelle per macchine tra 250mila e 400mila renminbi.

Persino i consumatori più anziani, fascia 55-65 anni, generalmente più conservatori nelle proprie abitudini di spesa, hanno accelerato il proprio cambiamento, aumentando al 52% la quota di chi preferisce prodotti premium (contro il 32% del 2012). Ciononostante, il consumatore cinese resta molto pragmatico: tende a confrontare i prezzi, ad essere attento ai costi e ad apprezzare promozioni e saldi. E questo anche utilizzando il telefonino come strumento di monitoraggio dei costi, paragonando le offerte in negozio con quelle sui siti internet. Ed è anche un consumatore fedele alla marca e tende a continuare a comprare ciò che rientra tra le sue preferenze.

Cresce infine il numero di acquisti online: nel 2015 le vendite di cibo anche fresco via internet hanno raggiunto il 7,2% del totale del settore, mentre l’elettronica è al 39% e perciò McKinsey ritiene verosimile raggiungere quota 50% entro il 2020.

 

lascia un commento

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Articoli correlati
Le imprese
L’Africa e le nuove frontiere di business: che cosa serve per la crescita?

27 giugno 2017

L’Italia è il terzo Paese per investimenti in Africa, ma quali sono le opportunità economiche, …
Le imprese
Benefici per l’Italia dalla nuova via della Seta cinese

11 maggio 2017

Pechino promuove il programma One Belt One Road (OBOR) per migliorare le connessioni con l'Europa …
Le imprese
Raccordo fra imprese e istituzioni

24 febbraio 2017

Articolo di Giuliano Noci, pubblicato su Il Sole 24 Ore del 23 febbraio 2017.