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Europa, la festa dei 60 anni dell’Unione e le cinque prospettive future

31 marzo 2017


Europa, la festa dei 60 anni dell’Unione e le cinque prospettive future

Limitare il raggio d’azione delle istituzioni comunitarie? Allargare il raggio e renderle ancora più pervasive nella vita di ciascuno Stato? Istituire due binari, per i più volenterosi e i Paesi più conservatori?

L’Unione Europea ha celebrato il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, gli accordi che nel 1957 hanno acceso la scintilla di comunità tra Paesi del vecchio continente. Allora erano la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica e sei i firmatari: Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Il 25 marzo a rinnovare i patti per rafforzare la cooperazione sono stati 27 Capi di Stato (visto che il Regno Unito si avvia verso l’uscita) e la dichiarazione di Roma, come è stato ribattezzato il documento, rilancia il concetto e l’istituzione di Unione Europea.

“Renderemo l’Unione Europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta”, si legge nel documento: “La nostra Unione è indivisa e indivisibile”. Di fronte allo spettro che una vittoria dei movimenti anti-Europa in Francia e Germania possa far crollare dalle fondamenta i palazzi dell’Unione, il documento di Roma gioca la carta dell’uniti si vince. Carta, che, tuttavia, appare tutt’altro che l’asso nella manica per convincere i Paesi e, soprattutto, i cittadini, a rinserrare i ranghi dell’Unione.

La difesa degli interessi delle imprese e dei lavoratori, può funzionare a parole, ma in pratica l’Unione Europea si è dimostrata divisa. La partita sul made in, tanto cara alle aziende italiane che hanno nel loro passaporto un punto di vantaggio agli occhi dei consumatori, è stata osteggiata dagli Stati del Nord Europa. I vantaggi fiscali di Lussemburgo e Irlanda continuano a fare concorrenza sleale ai sistemi degli altri Paesi membri. Le politiche di austerità sponsorizzate dalla Germania stanno soffocando le politiche di rilancio economico, costringendo i Paesi a un continuo braccio di ferro con la Commissione.

E la crescita economica, che pure è stata motivo di unione all’inizio della storia dell’Europa unita, negli ultimi vent’anni è diventata un’ossessione. L’Europa sente “Un’Europa prospera e sostenibile”, ribadiscono i 27 Stati nella nuova carta di Roma. Significa “un’Unione che generi crescita e occupazione; un’Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un’Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell’Unione economica e monetaria; un’Unione in cui le economie convergano; un’Unione in cui l’energia sia sicura e conveniente e l’ambiente pulito e protetto”.

Obiettivi più volte promossi da Bruxelles, ma ancora lontani. Basti pensare all’ultimo atto per creare il mercato unico digitale europeo: il patto per il supercalcolo, che mette a bilancio 300 milioni di euro di investimenti. Briciole, secondo gli esperti del settore, se si vuole colmare il gap con Cina e Stati Uniti. La dichiarazione fa riferimento a “investimenti”, ma i soldi che piovono da Bruxelles fanno il paio con il giro di vite alle politiche espansive degli Stati per controllare i parametri di bilancio. L’Europa dà, l’Europa toglie. E poi c’è un comune senso di lontananza delle istituzioni, accentuato maggiormente proprio fra quelle piccole e medie imprese che la Ue vorrebbe aiutare, ma che in Bruxelles vedono la casa degli euroburocrati.

All’inizio di marzo la Commissione europea ha pubblicato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”, un documento che contiene riflessioni e scenari sul futuro della Ue al 2025. Vi si ritrovano cinque scenari di quella che potrebbe essere la configurazione assunta dall’Unione nei prossimi anni.

Il primo consiste nel proseguire la politica di riforme attuali, ma le imprese hanno sperimentato con l’amaro in bocca gli esiti della mancata unione tra gli Stati. Basti pensare ai problemi dell’industria alimentare italiana rispetto agli standard qualitativi più bassi preferiti dai produttori del Nord Europa. Il secondo scenario si concentra sul solo mercato unico, per far fronte alla globalizzazione. Potrebbe funzionare per mantenere in piedi misure di dumping, come quelle sull’acciaio importato dalla Cina. Ma l’euro rischia di indebolirsi e Bruxelles potrebbe perdere l’appoggio per concludere trattati commerciali con altri Stati.

Il terzo scenario pronostica un’Europa a due velocità. Alcuni Stati potrebbero decidere di armonizzare le tasse, semplificando la vita degli imprenditori, ma i paradisi fiscali potrebbe continuare a esistere. Nel quarto scenario l’Europa interviene solo per attività prioritarie. In economia, ad esempio, potrebbe decidere di convogliare gli sforzi e gli investimenti sul segmento della digitalizzazione. Ma chi e come decide le priorità? Infine il quinto scenario affida più poteri e autonomia all’Europa. Il Parlamento europeo avrebbe l’ultima parola sui trattati commerciali, senza la ratifica o con un’approvazione più light da parte delle assemblee nazionali che hanno messo a repentaglio il Ceta con il Canada.

Il rinnovo dei trattati di Roma avviene davanti a questi scenari aperti, su cui pesa l’esito di Brexit e degli appuntamenti elettorali di Francia e Germania. Il libro bianco, d’altronde, evidenzia come nel 2060 l’Europa rappresenterà appena il 4% della popolazione mondiale rispetto al 25% del 1900. E si erode anche il suo peso nel prodotto interno lordo mondiale: dal 26% del 2004 è passata al 22% in undici anni, mentre avanza di dieci punti la Cina. Previsioni che dimostrano come l’Europa non potrà più contare sulla sua storia per fare da baricentro nelle questioni geopolitiche mondiali, ma dovrà riacquistare peso. A cominciare dal lavoro e della rivoluzione tecnologica che sta investendo l’economia.

 

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