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Economia e industria, che cosa sa fare l’Italia?

14 marzo 2017


Economia e industria, che cosa sa fare l’Italia?

L’economista Anna Giunta e il direttore della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, nel loro ultimo libro passano al setaccio le potenzialità dell’economia del Paese e le direttrici di sviluppo dopo gli anni della grande crisi, scovando le radici dell’imprenditoria nazionale nella sua storia.

Cosa sa fare l’Italia? Domanda difficile, ancora più arduo trovare una risposta soddisfacente al 100%. L’Italia è la culla dell’arte, la patria di geni creativi che hanno segnato il passo della pittura, della scultura, dell’architettura e della musica nel mondo. L’Italia sa cos’è il gusto, è terra di cibo genuino, di vini e di pietanze che non trovano pari altrove. Di sapori che sono saperi, tradizioni, cultura. È il Paese del mare e del sole, eppure il turismo non raggiunge appieno le potenzialità che avrebbe. Ma l’Italia sa fare molto di più. È la seconda potenza manifatturiera d’Europa, una delle principali al mondo. E in particolare a questa caratteristica d’Italia guardano l’economista Anna Giunta e Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, nel loro ultimo libro “Che cosa sa fare l’Italia. La nostra economia dopo la grande crisi”, edito da Laterza.

Un libro che parte da una domanda. Che cosa sa fare l’Italia? E soprattutto: che cosa sa fare l’Italia oggi? Il punto di svolta sono gli anni della grande crisi economica, che lasciano ancora strascichi sul tessuto produttivo nazionale e soprattutto sullo spirito di fiducia degli imprenditori. Eppure secondo i due autori l’Italia ha tutte le carte in regola per ripartire. Lo spirito che negli anni Cinquanta e Sessanta ha animato la crescita galoppante del Paese, la nascita di grandi aziende che tutt’ora mantengono una buona nomea sui mercati esteri, la costruzione delle fortune che hanno poi alimentato per altri canali l’economia della nazione, è una sorta di eredità che si può rinnovare.

Gli autori osservano sotto la lente la recente storia economica dell’Italia e la confrontano con gli anni passati, cercando di trovare gli spunti e le opportunità che hanno segnato il salto del Paese a potenza economica internazionale. Insomma tutto sta nello stimolare l’anima produttiva perché si riscuota dalla trance in cui l’ha gettata la lunga onda della recessione e dia gas al suo lavoro.

I mali che affliggono il Paese, d’altronde, sono noti: la burocrazia, l’eccesso di leggi, il fisco pesante. Incrostamenti che ormai bloccano l’elasticità della produzione nazionale e la volontà di avviare nuovi progetti. La mancanza di canali di finanziamento alternativi alle banche pesa, perché vincola gli imprenditori a bussare alle solite porte, però d’altro canto la dimensione media e piccola dell’impresa italiana non è attrattiva per i fondi di private equity. Tanto che la stessa Banca d’Italia da tempo raccomanda al mercato di ridimensionare il primato del settore bancario, che dovrebbe concentrarsi sull’aiuto a piccoli e piccolissimi, per aprire quote ai capitali da investimento.

Altro tasto dolente riguarda l’amministrazione della giustizia. Tempi incerti e lunghi sono un disincentivo all’investimento, tanto che per i due autori mancano incentivi che sostengano l’adozione di norme procedurali svelte e certe per consentire ai giudici di istruire i processi in termini compatibili con la vita e le esigenze di chi vuole fare impresa in Italia. Ancora, c’è la responsabilità della politica che non riflette sulle reali necessità del Paese e, negli anni, ha consolidato una logica del “distretto” non sempre funzionale a uno sviluppo salubre dell’imprenditoria. Gli autori riconoscono però come il loro sia un libro ottimista, perché riconosce le potenzialità del Paese e i presupposti perché anche in Italia riprenda uno sviluppo economico a tutto campo.

 

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