Le imprese

Dal data analyst all’e-reputation manager: ecco le professioni dell’Industria 4.0

7 ottobre 2016


Dal data analyst all’e-reputation manager: ecco le professioni dell’Industria 4.0

La rivoluzione del digitale ha creato nuovi posti di lavoro, che cresceranno nei prossimi anni. Ma la formazione scolastica ancora non contempla percorsi specifici per questi mestieri e in Europa nel 2020 si rischia di avere 200mila posti di lavoro scoperti.

La nascente industria 4.0 e la svolta digitale delle imprese hanno fame di nuovi professionisti, ma scuola e università non sono ancora al passo coi tempi. In Italia i giovani occupati nel settore digitale sono meno della media europea: il 12% contro il 16%. E spesso il loro curriculum non corrisponde ai profili che le aziende cercano. Tanto che la Commissione europea calcola che entro il 2020 nel Vecchio continente circa 900mila posti di lavoro resteranno scoperti a causa della mancanza di persone che abbiano le competenze per occuparli. Un numero che è tre volte superiore ai 275mila posti vacanti del 2012.

Ma quali sono i nuovi lavori di cui le aziende hanno bisogno? L’industria 4.0, si sa, si basa sull’aggregazione di grandi numeri e per valorizzarli, alle aziende servono data analyst, ossia esperti nella lettura dei big data, e director of analytics, che indichino le forme migliori per utilizzare i dati. Servono anche big data architect, ossia figure che sappiano costruire strutture efficienti per i dati, e web analyst, specializzati nelle metriche di internet. Il crescente utilizzo di smartphone e tablet ha spinto il mestiere dello sviluppatore mobile, che si occupa di sviluppare applicazioni. Così come aumenta il ricorso allo user experience director, ossia un professionista che renda sempre più fruibile l’esperienza dell’utente con i servizi o i prodotti dell’azienda, lavorando sulla semplificazione e sull’ottimizzazione degli spazi virtuali (come i siti internet) o fisici (come i punti vendita).

Il digitale è parola d’ordine anche per la galassia della comunicazione. Un’impresa che voglia fare pubblicità ai propri prodotti deve muoversi in modo tattico in internet, studiando messaggi diversi a seconda dei social network, dei portali e delle tecnologie a disposizione. Per questo servono digital advertiser, ovvero pubblicitari che gestiscano campagne di comunicazione native per il web, e specialisti di Seo e Sem, le tecniche che ottimizzano la presenza delle aziende in rete. Anche una figura creativa come il copywriter vira verso la sua versione digital, per studiare messaggi efficaci per le piattaforme di ecommerce o i social network, così come aggiungono digital al proprio bigliettino da visita anche gli esperti di pubbliche relazioni.

Il web, inoltre, sta evolvendo in comunità sempre più specializzate e per questo un’azienda che voglia coltivare un rapporto diretto con i propri clienti, ha bisogno di un community manager che amministri la rete di contatti virtuali, e di un e-reputation manager, che curi la reputazione del marchio online ed eviti passi falsi che in rete non si cancellano.

La rivoluzione riguarda anche i piani alti dell’azienda: nel consiglio d’amministrazione serve un chief technology officer, che sappia tracciare un piano per ottimizzare prodotti e servizi utilizzando le nuove tecnologie.

Tuttavia, secondo una ricerca di Modis, il 22% delle posizioni digitali aperte in Italia non trova candidati. “Le aziende cercano persone esperte nell’analisi dei dati, nello sviluppo di software e nel digital marketing – spiega Davide Dattoli, che ha fondato gli spazi di coworking e campus formativi Talent Garden -. Secondo la Comissione Europea l’Italia ha la più bassa percentuale di addetti del mondo Ict che hanno almeno una laurea triennale: 32% a fronte delle perfomance migliori di Spagna (77%) e Belgio (73%), così come gli occupati del settore sono mediamente più vecchi di quasi tutti gli altri Paesi europei”.

 

lascia un commento

One thought on “Dal data analyst all’e-reputation manager: ecco le professioni dell’Industria 4.0”

  1. Maria Grazia Ferrò scrive:

    L’articolo è molto interessante. Vedo una criticità in Italia legata a tali nuove job ossia il costo del lavoro. Tali job in quanto tali sono sicuramente delocalizzabili pertanto verrebbero aperte comunque in Paesi in cui il costo del lavoro è inferiore al nostro. Il processo è già iniziato come possiamo vedere in ambito call centers. Si potrebbe forse evitare intervenendo nella regolamentazione del diritto del lavoro a livello europeo. Cordiali saluti. MGF

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Articoli correlati
Le imprese
Digital Transformation: non si può più stare a guardare

24 novembre 2016

Oggi le aziende si trovano di fronte alla Digital Transformation, una rivoluzione che sta portando …
Le imprese
Tanti dati a disposizione: ma come posso sfruttarli nella mia azienda?

7 novembre 2016

Nelle prossime settimane svilupperemo un percorso di innovazione in collaborazione con SAS in cui affronteremo …
Le imprese
Personal Development Digitale: risorse e utilità

2 maggio 2016

Con l’avvento di Internet l’accesso alla cultura è stato democratizzato. Non è mai esistita un’epoca …