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Comunicare l’impresa: da Sinisgalli al digitale

14 dicembre 2015


Comunicare l’impresa: da Sinisgalli al digitale

Percorso nell’evoluzione della comunicazione d’impresa, da ‘Civiltà delle macchine’ al web. Articolo a firma di Vittorio Bo.

Civiltà delle macchine: i Congegni di Leonardo Sinisgalli

Valore e missione di un’impresa si misurano sempre più sulla capacità di comunicare, di rendere intellegibile il lavoro e lo sforzo di persone, investimenti e tecnologie che sostengono quotidianamente i processi ideativi e produttivi.

La tradizione della comunicazione d’impresa italiana è ricca di veri e propri casi di eccellenza, che hanno contribuito in modo significativo a sviluppare una politica fortemente innovativa dell’immagine e della cultura di appartenenza delle realtà rappresentate.
 Basti pensare a Civiltà delle Macchine (1953-57), diretta da Leonardo Sinisgalli per Finmeccanica che raccoglieva l’eredità della Rivista Pirelli e ne rinvigoriva il rapporto tra tecnica, società e letteratura.

Civiltà delle macchine nacque dal grande amore di Sinisgalli per le botteghe dei maniscalchi, per i meccanismi, per i congegni (“Io non amo le macchine come Oggetti, le amo come Congegni”). Le macchine vennero viste e proposte come cerniera e simbolo di civiltà, qualificandole soprattutto come formidabili espressioni del genio e dell’intelligenza dell’uomo. I filoni perseguiti da Sinisgalli furono due: l’armonia del sapere e l’attenzione alla ricerca più avanzata (elettronica, astronomia, cibernetica). Alla rivista collaborarono nomi prestigiosi e famosi: Argan, Paci, Ungaretti, Fortini, Portoghesi, Ceccato, Mumford, Burri. E grande fu l’importanza grafica della copertina.


Leonardo Sinisgalli, L’operaio e la macchina (1949)

Io entro in una fabbrica a capo scoperto come si entra in una basilica, e guardo i movimenti degli uomini e dei congegni come si guarda un rito. Uno strano rito partoriale, qualcosa come la moltiplicazione dei pesci, il maturarsi delle uova sotto la chioccia di un canestro, l’esplosione di un albero di mele, la manipolazione dei pani in una vecchia madia. Sotto questi capannoni, uomini e macchine si affannano intorno a un lavoro che ha sempre del miracolo; una Metamorfosi! Si parte dalla confusione e si arriva all’ordine. Si parte dal bruco e si arriva alla farfalla. Si elabora la materia, si mastica, si stira, si insaliva, si arma, si conforma, si cuoce, e si crea un oggetto. Questo processo, nell’armeria della natura, avrebbe un solo grosso difetto intrinseco. La prolificità. La macchina è troppo prolifica, almeno rispetto alla donna, alla giumenta, alla coniglia. Certo è più prolifica dei ragni e degli uccelli. E più prolifica dei fiori. La macchina ha una riserva incalcolabile di semi. Ti caccia fuori una sfera o un pneumatico in pochi secondi o in pochi minuti. Può spremere ininterrottamente un filo o un tubo per centinaia di ore. Senza dubbio c’è qualcosa di mostruoso in tutto ciò. Ma oltre i sospetti ci sono anche le meraviglie. Dirò che queste meraviglie sono addirittura il fondamento, l’origine di quella incredibile fisiologia. Le macchine non possono sbagliarsi, non possono permettersi un movimento falso, non possono riflettere. Devono produrre forme e oggetti prefissi, forme e oggetti perfetti. Tutti eguali. Sono parti plurigemini. E chiaro, – per la mancanza appunto di riflessione e di pentimento, per la irrevocabilità di ogni gesto, – che noi consideriamo le macchine come degli organismi inferiori. Esse lavorano a occhi chiusi. Non vedono e non sentono. Aprono gli occhi, diventano intelligenti, per un attimo solo, quando si accorgono che l’uomo che le vigila è per un attimo assente. In quell’attimo, se l’uomo ha chiuso gli occhi o ha dimenticato le mani, possono fare disastri. Ma quasi sempre palpitano, sospirano, russano, fanno le fusa. Sono contente del loro padrone. E io non so vedere diversamente un operaio vicino alla macchina se non come un assistente, un infermiere, un ostetrico accanto a una puerpera. Le macchine sono in continuo stato di doglia, in perpetuo stato di febbre. L’operaio non può abbandonarle anche quando borbottano assopite. Si capisce: ci sono macchine e macchine. Le macchine elettriche per esempio, e le macchine termiche, generatrici di energia, non chiedono che di essere alimentate, non chiedono che acqua e fuoco. La grande famiglia delle macchine utensili, torni, trapani, frese, esigono una presenza assidua, un soccorso ininterrotto. L’operaio deve vivere dentro un recinto strettissimo. Alla Bicocca, almeno in molti reparti, il lavoro delle macchine è un lavoro complementare. Non c’è la frenesia raccapricciante di certe officine, dove l’automatismo ha un dominio quasi assoluto. L’uomo alla Bicocca non perde le sue attitudini, non rinuncia al suo genio. Nell’oggetto (nel prodotto, nella merce) c’è riconoscibile la misura delle sue capacità. La macchina docile lo aiuta.

 

Pneumatica, Edizioni 10/17, Salerno 2003, pp. 23-24]

Riviste aziendali e house-organ: la necessità di comunicarsi

Le riviste aziendali – che oltre agli episodi citati hanno visto moltissimi altri protagonisti – hanno assolto storicamente a diverse funzioni, mutando parallelamente all’evolversi di altri strumenti editoriali di comunicazione interna, gli house-organ, nati per comunicare a una base sempre più consistente di popolazione aziendale i valori e i principali items della missione e identità dell’azienda.

Rivista aziendale e house-organ, pur obbedendo di fondo agli stessi obiettivi, hanno infatti target e linguaggi diversi: la prima più rivolta a un pubblico di stakeholder, opinion-leader e media, mentre la seconda ha un fine prettamente di comunicazione, fidelizzazione e motivazione interna.

Nel panorama delle riviste aziendali possiamo poi distinguere principalmente due tendenze: una pubblica, dichiaratamente aperta alle problematiche sociali, economiche e scientifiche dell’attualità, quasi svincolata dalla missione primaria del committente; l’altra più vicina a una rassegna di prodotti e di servizi captive per i clienti.

Per quanto riguarda gli house-organ, sono i principali vettori di comunicazione interna per rendere permeabile e condiviso un vasto panorama di relazioni e di produzione.

Andate e moltiplicatevi: la comunicazione digitale

Oggi, ovviamente, la dimensione digitale ha portato elementi fondamentali di innovazione e di valorizzazione della comunicazione aziendale. Non solo per la facilità di trasmissione, ma soprattutto per la versatilità delle fonti, la ricchezza dei contenuti, la possibile interazione con i diversi target.

Tradizione e innovazione devono quindi accompagnare i processi aziendali non solo nella più generale missione delle imprese, ma anche – parallelamente – con il supporto crescente di una comunicazione chiara, trasparente e funzionale.

Vittorio Bo

Vittorio Bo è presidente di Codice Edizioni, casa editrice impegnata della produzione editoriale di saggi e narrativa di taglio innovativo (digitale, innovazione, tecnologia, economia e altro). Collabora con Enel, Autostrade per l’Italia, Barilla, Illy e altre aziende per strumenti di comunicazione aziendale cartacea e digitale.

 

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