Le imprese
Il mondo che cambia

Come e con quali modalità il mondo sta cambiando pelle?

22 gennaio 2019


Come e con quali modalità il mondo sta cambiando pelle?

Risponde il Rapporto sull’Economia Globale e l’Italia a cura di Mario Deaglio, che continua a osservare il cambiamento – veloce e cruciale – del mondo economico per offrire una visione realistica dei processi in atto e sensibilizzare i decisori sulle politiche di sostenibilità dello sviluppo.

L’economia globale rallenta, ma come può essere evitata una nuova recessione? Il Rapporto sull’Economia Globale e l’Italia dal titolo “Il mondo cambia pelle?” parte proprio da questa domanda e traccia una panoramica dei principali punti aperti, dall’economia globale all’Italia. Il Rapporto, arrivato alla XXIII edizione, è a cura di Mario Deaglio, docente emerito di economia internazionale all’università di Torino, e frutto di una collaborazione tra il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e UBI Banca.

Il ciclo economico è ormai in fase declinante tra “piccole rughe”, come la Brexit in Europa, e “grandi fratture” a livello internazionale, come quella tra Cina e Stati Uniti. Non scricchiola solo l’Europa, ma anche gli Usa: secondo il Rapporto, sono molto più vulnerabili di quanto possa sembrare. Infatti, il bilancio pubblico Usa, con il debito ormai oltre il 105 per cento del Pil, si è “vistosamente deteriorato” mentre è in costante crescita il debito delle società non finanziarie, raccolto a buon mercato negli anni delle politiche monetarie espansive. Intanto i salari crescono meno del Pil, mentre “l’effetto Amazon” sta mettendo in crisi il mondo del retail. Anche per i colossi dell’hi-tech, però, è arrivato il momento di ripensarsi: il deprezzamento delle quotazioni di Alphabet (Google), Facebook e Apple preoccupa gli investitori e fa pensare a una bolla di iper valutazioni pronta a scoppiare.

Sono tre i rischi principali che potrebbero portare ad una nuova recessione globale secondo il Rapporto. Per prima cosa, un vero scontro sul libero commercio innescato dalle tensioni tra Usa e Cina. Il secondo rischio, invece, è il ritorno a un livello storico di tassi e rendimenti, che metterebbe in crisi la Cina e alcuni Paesi emergenti indebitati in dollari, dall’Argentina alla Turchia. Una terza miccia è la crescita dell’inappetenza per il rischio, soprattutto con l’arrivo dei movimenti populisti al governo.

La via d’uscita? Gli economisti che hanno curato il Rapporto vedono nella “sostenibilità” una chiave alla mancanza di punti di riferimento nel mondo che cambia. In altre parole: sviluppare i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future. Per quanto riguarda l’Europa i temi sono soprattutto tre: l’incertezza politica, le disuguaglianze cresciute negli ultimi anni e la crisi demografica. Metà della popolazione europea ha più di 40 anni, significa che nei prossimi decenni la popolazione diminuirà e contribuirà sempre meno agli investimenti. Quella dei 40 anni secondo il Rapporto è una soglia psicologica: prima, chi ne ha la capacità ha una maggiore propensione al rischio, dopo i 40 tende di più a proteggere quello che ha, il risparmio assume una dimensione più difensiva e questo non aiuta la crescita economica.

In Italia, invece, nel migliore dei casi, il Pil crescerà con l’aumento dei consumi delle famiglie e dei privati. Il vero motore che manca, invece, sono le costruzioni e, più in generale, gli insufficienti investimenti in rapporto al Pil. Secondo il Rapporto, la manovra di bilancio avrebbe potuto e dovuto concentrarsi sugli investimenti infrastrutturali, in assenza dei quali non si rimedia alla crisi degli investimenti che sta limitando la crescita del Pil. Tra le cose che non cedono, in Italia, c’è il potere d’acquisto degli italiani, che migliora, insieme alla resilienza delle famiglie e dei loro risparmi.

Lo scenario geopolitico mondiale e il quadro nazionale non ci consentono di perdere tempo nell’attesa della verifica dei saldi di finanza pubblica, quelli li vedremo tra sei mesi, ma oggi noi dobbiamo decidere, subito, come intendiamo impiegare il nostro tempo. Sono convinto che molti pensano con questa Legge di Bilancio di aver ‘comprato tempo’ nella speranza che avvenga il miracolo economico e/o per fini puramente elettorali. Chi si occupa del futuro del Paese si deve invece porre il tema, immediatamente, di come utilizzare il tempo al meglio per il suo sviluppo e la sua crescita” – afferma Carlo Bonomi, Presidente di Assolombarda, aprendo la presentazione del XXIII Rapporto sull’Economia Globale e l’Italia “Il Mondo cambia pelle?”. “I numeri sono chiari: l’economia italiana ha invertito la rotta lungo il percorso di lenta ma costante ripresa iniziata nel 2014. Siamo oggi in attesa del dato relativo al PIL del quarto trimestre 2018 che l’Istat rilascerà il 31 gennaio, ma i numeri finora disponibili lasciano poco spazio all’ottimismo e con ogni probabilità quel dato attesterà ufficialmente, e innegabilmente, l’entrata dell’Italia in recessione tecnica. Ora più che mai abbiamo bisogno di politiche a sostegno della crescita, politiche anti-cicliche per frenare e invertire il pericoloso ripiegamento che abbiamo imboccato e che intravediamo per il prossimo futuro alla luce del rallentamento internazionale”.

Se guardiamo infatti i dati disponibili sull’andamento economico di fine 2018, vediamo che la produzione industriale italiana è crollata a novembre 2018, registrando un calo del -1,6% rispetto ad ottobre 2018; e del -2,6% su base annua. E in parallelo si rafforzano i rischi al ribasso per l’economia mondiale. La Guerra Fredda tra USA e Cina, il braccio di ferro con la Russia, la Brexit, le elezioni europee imminenti sono tra i principali fattori di attenzione”.

Ma non è solo la crisi economica che ci preoccupa, ma la somma della stessa con quella delle democrazie occidentali a cui stiamo assistendo. Temiamo che possa alimentare gli estremismi spesso malcelati dietro la parola populismi. Questa non vuol certo essere una visione apocalittica. Se non avessi il patrimonio innato di ottimismo dell’imprenditore, cioè di pensare che esiste sempre la possibilità di lavorare, insieme al Governo, per cambiare l’esistente, non sarei qui a rappresentare gli imprenditori di uno dei più importanti territori industriali d’Europa” – conclude Bonomi.

 

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