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Addio alla globalizzazione? Ecco come può cambiare l’economia dopo Trump e la Brexit

24 gennaio 2017


Addio alla globalizzazione? Ecco come può cambiare l’economia dopo Trump e la Brexit

Il rapporto Deaglio indica le variabili e le direttrici di sviluppo dell’economia mondiale. Attenzione alle mosse della Cina e alla crescita dell’Africa. 

In Italia buoni segnali dal numero di lavoratori, dall’agroalimentare e dalle startup.

Addio globalizzazione? È questa la domanda che rimbalza di pagina in pagina nel XXI Rapporto sull’economia globale e l’Italia, a cura dell’economista Mario Deaglio. Un’analisi consueta degli scenari geopolitici mondiali che non a caso, per questa edizione, è andata in stampa con qualche mese di ritardo. Perché sugli sviluppi dell’economia del pianeta gravava l’esito delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, vinte da Donald Trump, che nei giorni scorsi ha giurato prima di entrare alla Casa Bianca come 45esimo inquilino. E la pedina Trump è decisa nei giochi della scacchiera globale. Sempre nei giorni scorsi un’altra pedina si è mossa. E in attacco. È quella di Theresa May, alla guida del governo inglese, che ha annunciato una Brexit dura. Notizie che fanno tremare i mercati: che cosa succederà?

“L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, contro le previsioni pressoché generali, ha suggellato un anno bisestile, sviluppatosi all’insegna di una crescente confusione e di una crescente incapacità mondiale di trovare soluzioni economiche e politiche ai problemi di un pianeta sempre più preoccupato, sempre meno sorridente”, si legge nel rapporto, promosso da Ubi Banca e dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi.

Gli economisti stessi si sono fatti sorprendere dalla piega degli eventi. “A partire dal 2013 – si legge nel testo – le previsioni si sono rivelate sempre più errare per eccesso”, perché “si prevedeva un forte rimbalzo che, in quell’anno e nei due successivi, avrebbe riportato la crescita del Pil mondiale sopra il 4,5 per cento, assai vicina ai livelli medi pre-crisi. Al contrario il tasso effettivo di crescita mondiale del 2015 si collocò a un livello appena superiore al 3 per cento”. E all’orizzonte non si prospetta niente di buono, perché “le successive previsioni indicano una crescita sempre più lenta, che non dovrebbe raggiungere il 4 per cento nemmeno nel 2021, in un orizzonte di possibile “stagnazione secolare”, mentre la natura stessa del lavoro potrebbe cambiare”.

I numeri raccolti dal rapporto Deaglio, ad esempio, evidenziano che negli Stati Uniti la classe media in dieci anni è passata dal 51% al 41% della popolazione. Ma solo una piccola parte, indicativamente 1-2%, ha beneficiato di una crescita del proprio reddito, perché al contrario la maggior parte, 8-9%, è scivolata verso il basso, tornando a ingrossare la fascia della classe operaia o del precariato giovanile. E il tempo libero che le persone guadagnano dalla maggiore automazione legata all’informatica, non si traduce in attività redditizie collaterali. Fatto 100 il livello di salari e produttività delle economie del G20 nel 1999, al 2016 i primi erano cresciuti del 5%, contro il 16% della seconda.

È la stessa Banca Mondiale ad ammetterlo nel suo rapporto annuale “Prospettive economiche mondiali”, “probabilmente il più pessimista nei 25 anni della sua storia”, si legge nel libro curato da Deaglio. E ora si entra in un anno su cui pesa l’incognita della politica internazionale di Trump, i suoi rapporti con la Russia e con la Cina. Il rapporto Deaglio registra “diffuse crisi di governance che dilaniano Paesi con ambizioni di leadership regionale e crescente rilevanza economica (Brasile, Turchia, Messico, Venezuela, Nigeria, Sudafrica ed Egitto)”, una “proliferazione di “Stati falliti” (Libia, Somalia, Siria, Yemen e , in parte, anche Iraq)” e la “formazione di “Stati non Stati” (Gaza, Kurdistan iracheno, Sahara occidentale, Kosovo)”, mentre si diffonde “un terrorismo internazionale, a sfondo religioso”.

Mentre la Cina cerca un posto al sole, candidandosi come nuova potenza della globalizzazione, il Giappone resta ingessato nelle sue politiche economiche fallimentari e l’Europa cerca una leadership forte in un anno in cui si presentano alle urne due Paesi fondatori come Francia e Germania, scossi dalle onde del populismo di destra, il rapporto Deaglio accende un faro sull’Africa e sulle sue prospettive di sviluppo. Dal 2010 al 2040 la popolazione del continente raddoppierà da 1 a 2 miliardi e se il pil salisse al 6%, i migranti economici non partirebbero più.

E l’Italia? Qualche buona nuova arriva dall’agricoltura, che consegna al Belpaese il primato europeo, superando la Francia, così come dal lavoro, visto che gli impiegati passano dai 22 milioni del 2013 ai 22,7 milioni del 2016, con un tasso annuo di crescita del 4%, e dalle oltre seimila startup che lavorano a progetti economici innovativi. Al contrario, resta inchiodato il segmento delle costruzioni.

“Il rapporto Deaglio evoca uno scenario di discontinuità globale accomunata a Trump e Brexit – afferma Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza -. In questo quadro, sicuramente complesso, nel quale si rivedrà con più pragmatismo e meno ideologia il tema della globalizzazione, l’Europa deve ritrovare una propria identità. Molta responsabilità avrà la Germania cui spetterà ridare un senso di direzione alla nuova geografia dell’Europa”.

“Per il nostro Paese si pone un tema di azione, se vogliamo evitare che la pressione diventi insostenibile. Per poter rimanere agganciati in modo propulsivo al sistema europeo è fondamentale affrontare, con estrema decisione, i due nodi ancora da sciogliere: debito e produttività – prosegue Rocca -. In questo contesto di luci e ombre esistono anche importanti opportunità. Grazie all’eccellenza che ha nel lifescience, Milano ha tutte le carte per giocare un ruolo chiave ospitando un importante istituto come l’Ema, l’Agenzie europea del farmaco. Partita ancora tutta aperta anche per l’Eba, l’Autorità europea bancaria che, trovando sede a Milano, potrebbe dare vita a un polo per tutti i servizi di investimenti capace di coagulare partner internazionali con istituzioni e operatori finanziari italiani”.

 

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One thought on “Addio alla globalizzazione? Ecco come può cambiare l’economia dopo Trump e la Brexit”

  1. Carla Scaini scrive:

    La partecipazione al Convegno è stata estremamente interessante. Un quadro globale analitico, che ha permesso di elaborare e mentalizzare. Grazie

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